CASSAZIONE

Richiesta tardiva di pagamento TARSU: la Cassazione respinge gli avvisi di accertamento

Tributi locali – TARSU – Avvisi di accertamento – Scadenza termini Legge – Esclusione

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 18070 del 24 giugno 2021 ha confermato alcuni principi di diritto in tema di decadenza degli avvisi di

accertamento in rettifica e d’ufficio in materia di TARSU, affermando che “gli avvisi di accertamento in rettifica e d’ufficio devono essere notificati, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui la dichiarazione o il versamento sono stati o avrebbero dovuto essere effettuati” e che, ai sensi dell’art 70, c. 1, del D.lgs. n. 503/1997 la denuncia in tema TARSU dei locali e aree tassabili va presentata al Comune “entro il 20 gennaio successivo all’inizio dell’occupazione o detenzione”. In sintesi, gli avvisi di accertamento in rettifica o d’ufficio devono essere notificati a pena di decadenza, “entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui la dichiarazione o il versamento sono stati o avrebbero dovuto essere effettuati”.

A decorrere dal primo gennaio 2014 i preesistenti tributi dovuti al Comune da cittadini, enti e aziende quale corrispettivo del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti, noti con l’acronimo di TARSU e successivamente di TIA e di TARES conservano, tuttavia, taluni presupposti e modalità di determinazione della tassa soppressa, alla quale la legge rimanda per la determinazione del nuovo tributo.

Nel caso esaminato le richieste del Comune laziale sono state notificate oltre tempo massimo e, dunque, per gli Ermellini sono diventate illegittime sulla scorta dei ricorsi presentati. Presupposto della TARI è, alternativamente, il possesso ovvero la detenzione di locali o aree scoperte, “suscettibili” di produrre rifiuti urbani: pertanto, a prescindere dalla sua specifica destinazione, sia esso residenziale, commerciale, industriale, etc., l’immobile oggettivamente inutilizzabile e in quanto tale non interessato dalla fruizione del connesso servizio pubblico di nettezza urbana, deve intendersi escluso dall’imposizione in parola.

Per quanto riguarda il criterio ordinario di determinazione della base imponibile, secondo criteri già adottati dalla precedente disciplina normativa, la TARI è corrisposta in base a tariffa commisurata ad anno solare cui corrisponde un’autonoma obbligazione tributaria e anche i criteri di determinazione delle tariffe fanno riferimento al metodo tipico già adottato per i precedenti tributi sui rifiuti.

La disciplina TARI introduce un’importante alternativa al criterio ordinario della determinazione della tariffa, prevedendo che il Comune può stabilire di applicare il tributo, nel rispetto del principio “chi inquina paga”, di cui all’art. 14 della dir. CE 2008/98. La norma individua pertanto, quale presupposto per l’applicazione del tributo, l’occupazione di locali e aree scoperte che si trovano sul territorio del Comune le cui superfici già dichiarate o accertate costituivano la base imponibile dei precedenti tributi. Chiunque occupi locali e aree scoperte, a qualsiasi titolo utilizzate e situate nel territorio comunale è tenuto, entro il 20 gennaio dell’anno successivo a quello di occupazione, a darne comunicazione all’ufficio tributi del Comune in cui si trova l’immobile, utilizzando il modulo appositamente predisposto.

La denuncia ha efficacia sino a quando non mutino le condizioni alla base del prelievo, cioè il possesso dell’immobile stesso. La denuncia di variazione ha la medesima scadenza (20 gennaio).  

La doverosa correlazione  della tariffa  della TARI al documentato costo sostenuto dai Comuni per la fornitura del servizio ai cittadini contribuenti e ad essi  addebitabile in proporzione alla quantità e qualità dei rifiuti prodotti, discende dal fatto che la tassa – in quanto corrispettiva di un servizio reso – ha intrinsecamente natura di “tassa” e non già di “imposta” che, diversamente, è un tributo che grava sui cittadini in forma autoritativa senza alcuna correlazione a questo o quel servizio, ma solo per concorrere alla formazione del bilancio dell’ente locale.

La questione spesso controversa riguarda la determinazione del termine iniziale per la dichiarazione da parte del contribuente dal quale computare il termine di decadenza del Comune per la notifica dell’avviso di accertamento TARSU/TIA.  Al riguardo, per comprendere al meglio la problematica in discussione quale punto controverso riguardante la determinazione del termine iniziale per la dichiarazione da parte del contribuente, da cui computare il termine di decadenza del Comune per la notifica dell’avviso di accertamento, ricordiamo che  anche la Corte Costituzionale ebbe modo di esprimersi – seppur in termini generali – sull’operatività della prescrizione lunga o breve per la riscossione di crediti erariali ai danni del cittadino.

Nel dettaglio, con la sentenza n. 280/05 i giudici costituzionali osservarono che sotto il profilo del principio del diritto di difesa (art. 24 Cost.), non è “consentito lasciare il contribuente assoggettato all’azione esecutiva del fisco per un tempo indeterminato e comunque, se corrispondente a quello ordinario di prescrizione”; l’arco temporale di potenziale riscossione del credito erariale non può e non deve apparire “certamente eccessivo e irragionevole”. Inoltre l’art. 1, comma 161, L. 27/12/2006, n. 296 prevede che “gli enti locali, relativamente ai tributi di propria competenza, procedono alla rettifica delle dichiarazioni incomplete o infedeli o dei parziali o ritardati versamenti, nonché all’accertamento d’ufficio delle omesse dichiarazioni o degli omessi versamenti, notificando al contribuente, anche a mezzo posta con raccomandata con avviso di ricevimento, un apposito avviso motivato. Gli avvisi di accertamento in rettifica o d’ufficio devono essere notificati, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui la dichiarazione o il versamento sono stati o avrebbero dovuto essere effettuati”. Tale disciplina aumenta a cinque anni il termine di decadenza, essendo stato abrogato con l’art. 1, comma 172, L. 296/2006, con decorrenza 1/7/2007, il previgente art. 71, c.1, D.lgs. 507/1993, che prevedeva il termine triennale di decadenza.

Il comma 171 del medesimo art. 1, L. n. 296/2006 prevede, inoltre, che le nuove disposizioni, tra cui la nuova procedura di accertamento e i relativi termini, si applicano anche ai rapporti di imposta precedenti al 1° gennaio 2007, data di entrata in vigore della legge finanziaria. L’art. 70, comma 1, D.Igs 507/93 recita che “i soggetti di cui all’art. 63 presentano al Comune, entro il 20 gennaio successivo all’inizio dell’occupazione o detenzione, denuncia unica dei locali ed aree tassabili siti nel territorio del Comune”: solitamente l’ente locale ha ritenuto, invece, che il termine sia quello del “20 gennaio dell’anno successivo all’inizio dell’occupazione”.

Per inquadrare storicamente l’iter giurisprudenziale di riferimento, occorre rifarsi all’interpretazione fornita con la nota pronunzia n. 22224 del 3 novembre 2016, nella quale la S.C. raccomandava di dover differenziare il caso in cui la detenzione o occupazione dei locali è in corso fin dall’inizio del periodo di imposta e, comunque, prima del 20 gennaio, dal caso in cui tale situazione si sia verificata in epoca successiva.

Nel primo caso, il termine di decadenza decorre dall’anno corrente, nel secondo dal 20 gennaio dell’anno successivo.

In altre parole, affermavano i Giudici di piazza Cavour, la chiara interpretazione del dettato normativo non consente di ritenere che il termine del 20 gennaio debba riferirsi all’anno successivo a quello in cui la denuncia o il versamento dell’imposta dovevano essere effettuati. Pertanto, le occupazioni iniziate tra il 1° e il 19 gennaio devono essere dichiarate entro il 20 gennaio immediatamente successivo, cioè dello stesso anno, mentre le occupazioni successive al 20 gennaio vanno dichiarate entro il 20 gennaio dell’anno successivo.

Tale termine costituisce un non irragionevole spartiacque nell’applicazione del c.d. doppio binario, anche se per le occupazioni iniziate il 19 gennaio il termine sarà di un solo giorno, mentre per quelle iniziate il 21 gennaio sarà di 364 giorni.

Gli enti locali, a grande maggioranza, ritengono però che il termine sia quello del “20 gennaio dell’anno successivo all’inizio dell’occupazione”, ma la chiara interpretazione del dettato normativo, data anche dalla giurisprudenza della Cassazione, non consente di ritenere che tale termine debba riferirsi all’anno successivo a quello in cui la denuncia o il versamento dell’imposta dovevano essere effettuati.

Ove si accedesse alla tesi del Comune, non illogica ma priva di supporto normativo, le medesime conseguenze si verificherebbero nel caso di occupazione iniziata il 31 dicembre rispetto a quella iniziata il primo gennaio dell’anno successivo (v. Cass. 21/06/2016 n. 12795).

Risulta così chiaro che se il legislatore avesse inteso postergare il momento dichiarativo all’anno successivo, l’avrebbe espressamente previsto, così come peraltro indicato in tema di ICI dall’art. 10, comma 4, D.lgs. 504/1992, che recita: “I soggetti passivi devono dichiarare gli immobili posseduti nel territorio dello Stato, con esclusione di quelli esenti dall’imposta di cui all’articolo 7,su apposito modulo entro il termine di presentazione della dichiarazione dei redditi relativa all’anno in cui il possesso ha avuto inizio”, cioè l’anno successivo a quello oggetto di imposizione.

I Supremi Giudici di legittimità hanno anche nel caso odierno sottolineato ancora una volta come, in tema di dichiarazione TARSU, si rende fondamentale avere chiara questa importante distinzione, anche nella circostanza di chi svolga un’attività di gestione della sosta a pagamento dei veicoli nelle strisce blu, che è soggetta al pagamento della tassa di smaltimento dei rifiuti al Comune proprietario delle strade concesse in uso. La Cassazione del resto ha offerto, con alcuni pronunciamenti, (Cass. n. 15950 e 15851 del 2011 e Cass. 13100 del 2012) le motivazioni di perché sulle aree delineate dalle strisce blu si debba pagare la TARSU, in quanto tali spazi vengono sottratte all’uso generalizzato della cittadinanza e il soggetto privato ne trae un profitto economico.

Ricordiamo, infine, anche il significativo precedente dell’ordinanza n. 13100 del 25 luglio 2012, che stabiliva infatti che “L’area stradale destinata a parcheggio con appositi stalli dipinti, in cui il gestore percepisce il compenso per la sosta dei veicoli, non è sottoposta all’uso indiscriminato della generalità dei cittadini, ma anzi è sottratta all’uso normale e collettivo proprio del suolo pubblico, attesa la sua funzione esclusiva oggetto della concessione. Il mero fatto che i pedoni possano attraversare l’area quando gli stalli non sono occupati, è fatto irrilevante rispetto all’uso specifico e limitato dell’area stessa, a cui nessuno è autorizzato a porre ostacolo o impedimento con una utilizzazione diversa. Ne consegue che il concessionario del servizio è detentore dell’area, per cui non vi è alcun difetto di motivazione nella impugnata sentenza, in quanto non esiste la eccezione al generale principio ivi enunciato (pacifico, v. Cass. 28003 del 2008) sostenuta dalla ricorrente, e quindi non vi era obbligo di specifica motivazione”. 

Pertanto, il concessionario dell’area è solo tecnicamente “detentore”, ai sensi dell’articolo 62, comma 2, del D.lgs. 507/2019 e, quindi, è tenuto al pagamento del tributo dovuto per lo smaltimento dei rifiuti.

Inoltre, un altro punto di dibattito riguarda la prescrizione del credito tributario, sia dal punto di vista del Fisco, sia da quello dei contribuenti che è, come noto, scarsamente regolato dalla legislazione di settore, con la consueta utilizzazione “suppletiva” del diritto civile. Per cui, rifacendosi alla vigente giurisprudenza, ricordiamo che in riferimento alla dilazione concessa dall’Ente riscossore, “Costituisce principio generale nel diritto tributario che non si possa attribuire al puro e semplice riconoscimento, esplicito o implicito, fatto dal contribuente d’essere tenuto al pagamento di un tributo e contenuto in atti della procedura di accertamento e di riscossione (…), l’effetto di preclude ogni contestazione in ordine all’an debeatur, (…). La rateazione chiesta dal ricorrente non costituisce acquiescenza” (Cass. n. 5549/2021; Cass. n. 12735/2020; Cass. n. 31484/2019; Cass. n. 31486/2019; Cass. n. 14945/2018; Cass. n. 18/2018; Cass. n. 3347 del 08 febbraio 2017). Si veda anche Cass. n. 454 del 14 gennaio 2020; Cass. n. 7820/2017; Cass. n. 6820/2016; Cass. n. 22729/2016; Cass. n. 2197/2015; C. di Stato (Ad. Plen.) n. 15 del 05.06.2015; C. di Stato n. 4821/2013; CTR Palermo n. 652 del 17.2.2016; CTP di Roma n. 4265/2017; CTP Caltanissetta n. 1072/2014).

In definitiva, per la Suprema Corte si è oramai consolidata la tesi che per i pagamenti dei tributi locali si deve applicare il dettato dell’art. 2948, n. 4, c.c., che recita: “Si prescrive in cinque anni”: (Cass. n. 42830/10; Cass. n. 20956/2019; Cass. n. 30362 del 23-11-2018).

Tanto premesso e tornando al caso in dibattimento, la Commissione tributaria regionale del Lazio ha accolto l’appello proposto dal Comune di Gaeta in integrale riforma della decisione di primo grado che aveva annullato un avviso di accertamento relativo alla TARSU dovuta dalla Società contribuente. La CTR aveva ritenuto che ricorreva il presupposto impositivo secondo cui l’occupazione o la detenzione dell’area rileva ex se, e per il solo fatto oggettivo di detenere o occupare un’area scoperta, indipendentemente dal relativo titolo. La società ricorreva per la cassazione della sentenza sulla base di quattro articolati motivi, lamentando essenzialmente la violazione di legge in relazione al D.lgs. n. 507/1993, art. 62, ed al D.lgs. n. 285/1992, art. 7, sull’assunto che, venendo in considerazione la gestione del servizio correlato alla sosta a pagamento degli autoveicoli in aree comunali e senz’alcuna attribuzione dell’area in disponibilità del concessionario di detto servizio, esponeva l’insussistenza del presupposto impositivo della TARSU.

La Corte, accolto il ricorso della società contribuente, decidendo nel merito, ha rilevato come nel caso di specie la detenzione fosse già in corso sin dall’anno 2007 sicché, trattandosi di omessa denuncia, il quinquennio rilevante ai fini della decadenza andava a maturare al 31 dicembre 2013, a fronte di avviso di accertamento notificato nel dicembre 2014. Conclude così la Corte: “ … in relazione al termine di decadenza previsto dalla I. n. 296 del 2006, art. 1, c. 161, – alla cui stregua «Gli avvisi di accertamento in rettifica e d’ufficio devono essere notificati, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui la dichiarazione o il versamento sono stati o avrebbero dovuto essere effettuati.», – la disposizione che, in tema di TARSU, disciplina l’obbligo di denuncia, – secondo la quale la denuncia dei locali ed aree tassabili va presentata al Comune «entro il 20 gennaio successivo all’inizio dell’occupazione o detenzione» (d.lgs. n. 503 del 1997, art. 70, c. 1), – impone di differenziare la detenzione o occupazione dei locali che sia in corso fin dall’inizio del periodo di imposta e, comunque, prima del 20 gennaio, dal caso in cui tale situazione si sia verificata in epoca successiva; nel primo caso il termine di decadenza decorre dall’anno corrente, nel secondo caso dal 20 gennaio dell’anno successivo (Cass., 29 aprile 2020, n. 8275; Cass., 1 febbraio 2019, n. 3058; Cass., 3 novembre 2016, n. 22224; Cass., 21 giugno 2016, n. 12795); – la Corte ha posto in rilievo, al riguardo, il chiaro dettato normativo che fa riferimento al «20 gennaio successivo all’inizio dell’occupazione o detenzione», – e non anche al 20 gennaio «dell’anno» successivo all’inizio dell’occupazione o detenzione, – ed ha rimarcato che laddove il legislatore avesse inteso postergare il momento dichiarativo «all’anno successivo» l’avrebbe espressamente previsto, così come avvenuto, ad esempio, col D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 10, comma 4, che, in tema di ICI, dispone che «i soggetti passivi devono dichiarare gli immobili posseduti nel territorio dello Stato, … entro il termine di presentazione della dichiarazione dei redditi relativa all’anno in cui il possesso ha avuto inizio”, cioè l’anno successivo a quello oggetto di imposizione.»;  – nel caso che ne occupa la detenzione era già in corso sin dall’anno 2007 sicché, trattandosi di omessa denuncia, il quinquennio rilevante, ai fini della decadenza, andava a maturare al 31 dicembre 2013, a fronte di avviso di accertamento notificato nel dicembre 2014;  – l’impugnata sentenza va, pertanto, cassata e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa va decisa nel merito con accoglimento del ricorso originario della contribuente”.

Corte di Cassazione – Ordinanza n. 18070 24 giugno 2021

sul ricorso 18338-2019 proposto da:

S. SPA, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA EMILIA, 81 C/0 ST. MONTI STEFANO, presso lo studio dell’avvocato VINCENZO FONTANAROSA, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato CHRISTIAN LOMBARDI;

– ricorrente –

contro

COMUNE di GAETA, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CICERONE, 66, presso lo studio dell’avvocato GIANCARLO CAPOZZI, rappresentato e difeso dall’avvocato DANIELA PICCOLO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 8557/2018 della COMM.TRIB.REG.LAZIO SEZ.DIST. di LATINA, depositata il 05/12/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del 22/01/2021 dal Consigliere Dott. LIBERATO PAOLITTO;

Rilevato che:

1. – con sentenza n. 8557/19/18, depositata il 5 dicembre 2018, la Commissione tributaria regionale del Lazio ha accolto l’appello proposto dal Comune di Gaeta, così pronunciando in integrale riforma della decisione di primo grado che, per suo conto, aveva annullato un avviso di accertamento relativo alla TARSU dovuta dalla contribuente per l’anno 2008;

– il giudice del gravame ha ritenuto che:

– nella fattispecie ricorreva il presupposto impositivo, avuto riguardo alla giurisprudenza di legittimità secondo la quale l’occupazione o la detenzione dell’area rileva ex se, e per il solo fatto oggettivo di detenere o occupare un’area scoperta, indipendentemente dal relativo titolo;

– sussisteva, altresì, l’effettiva capacità di produrre rifiuti delle «aree destinate a parcheggio a pagamento», in quanto «ai fini dell’esclusione dal pagamento della Tarsu occorre che sussista la condizione dell’inutilizzabilità dell’area per fatti oggettivi e permanenti e non per contingenze relative alle soggettive modalità di utilizzo, per presenza umana solo sporadica e non costante, come assume la parte.»;

– l’avviso di accertamento era stato legittimamente emesso «in considerazione della mancata denuncia, ex art. 70 del D. Igs 507/93, non contestata dalla parte, da effettuarsi entro il 20 gennaio successivo all’inizio dell’occupazione o detenzione.»;

2. – S. S.p.a. ricorre per la cassazione della sentenza sulla base di quattro articolati motivi, illustrati con memoria; – il Comune di Gaeta resiste con controricorso.

Considerato che:

1. – col primo motivo la ricorrente denuncia violazione di legge processuale con riferimento al d.lgs. n. 546 del 1992, artt. 7, 21 e 61, ed agli artt. 170 e 327 cod. proc. civ., assumendo, in sintesi, che la i rimessione in termini dell’appellante, ai fini della proposizione dell’impugnazione, era stata illegittimamente disposta dal giudice del gravame in quanto l’atto di appello non era stato notificato presso il difensore domiciliatario, – il cui trasferimento, presso il nuovo studio legale, era stato comunicato all’Ordine degli avvocati in data antecedente alla stessa richiesta di rimessione in termini,

– e la stessa rimessione in termini disposta dopo la scadenza del termine per impugnare, e senza previo deposito dell’avviso di ricevimento della raccomandata postale relativa alla prima notifica;

– il secondo motivo espone la denuncia di violazione del d.lgs. n. 507 del 1993, art. 70, e della I. n. 296 del 2006, art. 1, c. 161, deducendo la ricorrente che, – diversamente da quanto ritenuto dal giudice del gravame in ordine alla legittimità dell’avviso di accertamento «in considerazione della mancata denuncia, ex art. 70 del D.lgs. 507/93, non contestata dalla parte, da effettuarsi entro il 20 gennaio successivo all’inizio dell’occupazione o detenzione.»,

– nella fattispecie veniva in considerazione una detenzione già in corso sin dall’anno 2007, così che avrebbe dovuto ritenersi perfezionata la decadenza quinquennale prevista dall’art. 1, c. 161, cit., in ragione di una notifica eseguita (il 2 febbraio 2015 e, ad ogni modo, non prima del dicembre 2014) in data successiva alla scadenza (31 dicembre 2013) di detto quinquennio;

– col terzo articolato motivo, la ricorrente denuncia violazione di legge in relazione al d.lgs. n. 507 del 1993, art. 62, ed al d.lgs. n. 285 del 1992, art. 7, sull’assunto che, – venendo in considerazione la gestione del servizio correlato alla sosta a pagamento degli autoveicoli, in aree comunali, e senz’alcuna attribuzione dell’area in disponibilità del concessionario di detto servizio, – malamente evocato rimaneva il precedente utilizzato dal giudice del gravame a fronte di una fattispecie concreta che, – importando la permanente disponibilità delle aree in capo agli utenti della strada, – esponeva l’insussistenza del presupposto impositivo della TARSU;

– il quarto motivo reca anch’esso la denuncia di violazione di legge in relazione al d.lgs. n. 507 del 1993, art. 62, ed al d.lgs. n. 285 del 1992, artt. 15 e 211, deducendo la ricorrente che, – potendosi già presumere, per comune conoscenza e logica, che negli spazi destinati a sosta degli autoveicoli non si producono ex se rifiuti,

– la gravata sentenza aveva omesso di considerare che la presunzione di produzione di rifiuti, posta dall’art. 62, c. 1, cit., rimaneva, nella fattispecie, resistita dai divieti (di getto e deposito di rifiuti) di cui alla disposizione del codice della strada (art. 15, cit.), divieti questi dalla cui violazione consegue la sanzione del ripristino dello stato dei luoghi in capo al trasgressore;

2. – il primo motivo di ricorso è inammissibile;

2.1 – come rilevato dalla Corte, secondo un consolidato indirizzo, l’esercizio del potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito, riconosciuto alla Corte di Cassazione nel caso (qui ricorrente) di deduzione di un error in procedendo, presuppone comunque l’ammissibilità del motivo di ricorso, così che il ricorrente non è dispensato dall’onere di specificare (a pena, appunto, di inammissibilità) il contenuto della critica mossa alla sentenza impugnata, indicando anche specificamente i fatti processuali alla base dell’errore denunciato, e tale specificazione, per il principio di autosufficienza, deve essere contenuta nello stesso ricorso, né può risolversi in un mero rinvio agli atti processuali (cfr., ex plurimis, Cass., 12 dicembre 2019, n. 32549; Cass., 29 settembre 2017, n. 22880; Cass., 8 giugno 2016, n. 11738; Cass., 30 settembre 2015, n. 19410; Cass., 2 dicembre 2014, n. 25482; Cass., 10 novembre 2011, n. 23420; Cass., 16 ottobre 2007, n. 21621; Cass., 20 settembre 2006, n. 20405);

2.2 – nella fattispecie, la ricorrente non mette la Corte nella condizione di poter verificare lo stesso error in procedendo denunciato posto che né viene riassunto il contenuto del provvedimento di rimessione in termini adottato dalla Commissione tributaria regionale, – onde accertarne i relativi contenuti e presupposti, – né vengono riprodotti gli atti di notifica eseguiti da controparte, così che i contenuti della censura in trattazione finiscono per assumere natura ipotetica ed astratta;

– nè può dubitarsi dell’applicabilità dell’istituto della rimessione in termine (art. 153, c. 2, cod. proc. civ.) ai mezzi di impugnazione (v., per tutte, Cass. Sez. U., 4 dicembre 2020, n. 27773);

3. – il secondo motivo di ricorso, – dal cui esame consegue l’assorbimento dei residui motivi, – è fondato e va accolto;

3. – in relazione al termine di decadenza previsto dalla I. n. 296 del 2006, art. 1, c. 161, – alla cui stregua «Gli avvisi di accertamento in rettifica e d’ufficio devono essere notificati, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello in cui la dichiarazione o il versamento sono stati o avrebbero dovuto essere effettuati.», – la disposizione che, in tema di TARSU, disciplina l’obbligo di denuncia, – secondo la quale la denuncia dei locali ed aree tassabili va presentata al Comune «entro il 20 gennaio successivo all’inizio dell’occupazione o detenzione» (d.lgs. n. 503 del 1997, art. 70, c. 1), – impone di differenziare la detenzione o occupazione dei locali che sia in corso fin dall’inizio del periodo di imposta e, comunque, prima del 20 gennaio, dal caso in cui tale situazione si sia verificata in epoca successiva; nel primo caso il termine di decadenza decorre dall’anno corrente, nel secondo caso dal 20 gennaio dell’anno successivo (Cass., 29 aprile 2020, n. 8275; Cass., 1 febbraio 2019, n. 3058; Cass., 3 novembre 2016, n. 22224; Cass., 21 giugno 2016, n. 12795);

– la Corte ha posto in rilievo, al riguardo, il chiaro dettato normativo che fa riferimento al «20 gennaio successivo all’inizio dell’occupazione o detenzione», – e non anche al 20 gennaio «dell’anno» successivo all’inizio dell’occupazione o detenzione, – ed ha rimarcato che laddove il legislatore avesse inteso postergare il momento dichiarativo «all’anno successivo» l’avrebbe espressamente previsto, così come avvenuto, ad esempio, col D.lgs. n. 504 del 1992, art. 10, comma 4, che, in tema di ICI, dispone che «i soggetti passivi devono dichiarare gli immobili posseduti nel territorio dello Stato, … entro il termine di presentazione della dichiarazione dei redditi relativa all’anno in cui il possesso ha avuto inizio”, cioè l’anno successivo a quello oggetto di imposizione.»;

3.1 – nel caso che ne occupa la detenzione era già in corso sin dall’anno 2007 sicché, trattandosi di omessa denuncia, il quinquennio rilevante, ai fini della decadenza, andava a maturare al 31 dicembre 2013, a fronte di avviso di accertamento notificato nel dicembre 2014;

4. – l’impugnata sentenza va, pertanto, cassata e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la causa va decisa nel merito con accoglimento del ricorso originario della contribuente;

– le spese dei gradi di merito vanno compensate tra le parti, avuto riguardo all’evolversi della vicenda processuale, mentre le spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza di parte controricorrente.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo di ricorso, dichiara inammissibile il primo e assorbiti i residui motivi, cassa la sentenza impugnata e, decidendo la causa nel merito, accoglie il ricorso originario della contribuente; – compensa, tra le parti, le spese dei gradi di merito e condanna il Comune di Gaeta al pagamento, in favore della ricorrente, delle spese del giudizio di legittimità liquidate in € 7.000,00, oltre rimborso spese generali di difesa ed oneri accessori, come per legge.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio tenuta da remoto.

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