CASSAZIONE

Prescrizione quinquennale per tributi a prestazioni periodiche, triennale per le tasse automobilistiche

Tributi Erariali – TARSU, TOSAP – Contributi di bonificaTasse automobilistiche – Prescrizione – Termini – Validità – Avviso di intimazione di pagamento notificato successivamente al termine – Nullità

La Corte di cassazione, con l’ordinanza n. 37551 del 22 dicembre 2022 torna sui termini di prescrizione dei tributi a riscossione periodica, affermando nuovamente che l’applicabilità del termine di prescrizione quinquennale al credito derivante dai tributi a prestazioni periodiche si fonda sulla previsione del corrispondente termine fissato in via generale per l’irrogazione delle sanzioni dall’articolo 20, comma 3, D.lgs. 472/1997. Questo tema era stato già affrontato recentemente dalla stessa Corte, che con l’ordinanza n. 37551/2022 tornava sul termine di prescrizione dei tributi a riscossione periodica cassando, a favore dei contribuenti, una sentenza della CTR che aveva applicato il termine ordinario di prescrizione decennale. Gli Ermellini hanno peraltro confermato, in generale, l’applicazione dell’art. 2948, primo comma, n. 4, cod. civ., il quale prevede che si prescrive nel termine breve quinquennale “ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno od in termini più brevi” e  interpretando la predetta disposizione, hanno affermato che la norma citata va applicata a tutti quei tributi (es. TARSU, TOSAP, contributi di bonifica) che “si strutturano come prestazioni periodiche con connotati di autonomia nell’ambito di una causa debendi di tipo continuativo, in quanto l’utente è tenuto al pagamento di essi in relazione al prolungarsi sul piano temporale della prestazione erogata dall’ente impositore o del beneficio da esso concesso, senza che sia necessario, per ogni singolo periodo contributivo, un riesame dell’esistenza dei presupposti impositivi” (Cass. 23/02/2010, n. 4283; Cass. 10/12/2014, n. 26013 in tema di contributi consortili). Infine, con ordinanza n. 14244/2021, la stessa Cassazione aveva affermato che il diritto è assimilabile ai tributi aventi cadenza periodica, configurandosi alla stregua di un’obbligazione periodica o di durata, per i quali trova applicazione l’art. 2948 c.c., ovverosia la prescrizione quinquennale.

In sostanza, la prescrizione quinquennale trova piena operatività con riguardo a tutti gli atti, in qualsiasi modo denominati, di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva, inclusi dunque anche i crediti relativi a entrate tributarie dello Stato, nonché le sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie. La ratio di questa interpretazione si fonda nel principio, anch’esso ribadito in precedenti interventi della Suprema Corte (v. ex multis Cass. n. 20955/ 2020), secondo cui il termine entro il quale deve essere fatta valere l’obbligazione principale tributaria e quello relativo a quella accessoria, ovvero la sanzione nel caso di specie, deve essere unitario. La Suprema Corte in precedenza aveva già osservato che la prescrizione quinquennale è anche giustificata da un ragionevole principio di equità, che vuole che il debitore venga sottratto all’obbligo di corrispondere quanto dovrebbe per prestazioni già scadute tutte le volte che queste non siano tempestivamente richieste dal creditore. Come noto, la riscossione dei tributi e di tutte le entrate degli enti locali può avvenire tramite ingiunzione fiscale o tramite la procedura del ruolo di cui al DPR 602/1973 per mezzo della cartella esattoriale ogni qualvolta la riscossione sia affidata agli agenti della riscossione. Il procedimento di riscossione mediante il ruolo è sinteticamente disciplinato dalla legge e inizia, per l’appunto, con la formazione del ruolo per proseguire, poi, con la sua trasmissione all’Agenzia delle Entrate Riscossione, che provvede alla formazione e alla notifica della cartella esattoriale. L’iscrizione a ruolo, in concreto, consiste dunque nell’inserimento del debito accertato in un elenco formato dall’ente creditore e periodicamente inviato all’agente della riscossione affinché questo attivi le procedure di riscossione coattiva. La funzione della cartella esattoriale è quella di porre il contribuente a conoscenza della sua posizione debitoria nei confronti dell’ente impositore a fronte di un credito ritenuto certo, liquido ed esigibile ma che, tuttavia, molto spesso nella realtà non presenta invece tali caratteristiche che ne legittimano la richiesta e il pagamento. Non è infrequente, infatti, che l’agente della riscossione notifichi al contribuente cartelle di pagamento affette da vizi che ne inficiano il contenuto e/o la forma e rendono le cartelle medesime irregolari, nulle o addirittura inesistenti, con la conseguente inesigibilità delle relative somme.

Tra tali vizi rientra sicuramente quello relativo alla decorrenza del termine di prescrizione.

La prescrizione, come è noto, è un mezzo con cui l’ordinamento giuridico opera l’estinzione dei diritti quando il titolare non li esercita entro il termine previsto dalla legge. Secondo l’art. 2934 c.c. (Estinzione dei diritti) ogni diritto si estingue per prescrizione quando il titolare non lo esercita per il tempo determinato dalla legge. Secondo l’art. 2946 c.c. (Prescrizione ordinaria), salvi i casi in cui la legge dispone diversamente, i diritti si estinguono per prescrizione con il decorso di dieci anni. Viene confermata al riguardo, in generale, l’applicazione dell’art. 2948, primo comma, n. 4, cod. civ., che prevede che si prescrive nel termine breve quinquennale “ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno od in termini più brevi”.

Con riguardo ai termini di prescrizione delle imposte erariali non vi è alcuna specifica norma o disposizione di legge che individui un termine di prescrizione per i relativi crediti, cosicché, la questione è demandata alla disciplina generale sulla prescrizione di cui agli artt. 2946 e 2948, n. 4, del Codice civile. Più precisamente, l’art. 2946 prevede che “salvi i casi in cui la legge dispone diversamente, i diritti si estinguono per prescrizione con il decorso di dieci anni”, mentre il richiamato art. 2948 n. 4 dispone che “si prescrivono in cinque anni (…) gli interessi, e, in generale, tutto ciò che deve pagarsi periodicamente o in termini più brevi (…)”. Secondo tale interpretazione, l’AdER sostiene che le cartelle esattoriali recanti al proprio interno crediti erariali iscritti a ruolo dall’Agenzia delle entrate siano soggette al termine di prescrizione ordinario decennale previsto dall’art. 2946. Tale orientamento era stato in passato confermato anche da alcune pronunce della Corte di Cassazione: vedasi, in proposito, le n. 4283/2010, 2941/2007 e 9295/1993.

Di recente, i giudici della Suprema Corte hanno però mutato orientamento profilando un nuovo indirizzo interpretativo maggiormente condiviso e secondo il quale il termine per riscuotere i crediti erariali (IRPEF, IVA, IRAP, ecc.) a seguito della notifica della cartella esattoriale, e di qualsiasi altro atto amministrativo di natura accertativa, non può che ritenersi quinquennale alla stregua di quanto già previsto per i tributi locali (ICI, IMU, tasse per lo smaltimento dei rifiuti, ecc.).

Tale principio è stato recepito dalla sentenza n. 30632/2018 della V sezione Civile della Corte di Cassazione, a conferma di un principio già stabilito dalla stessa a Sezioni Unite con sentenza n. 23397/2016. Più in dettaglio, la predetta decisione del 2016 aveva affermato come la trasformazione da prescrizione quinquennale in decennale si perfezioni soltanto con l’intervento del “titolo giudiziale divenuto definitivo” (sentenza o decreto ingiuntivo) e come, invece, la cartella esattoriale costituisca, per propria natura incontrovertibile, un semplice atto amministrativo di autoformazione privo dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato e, quindi, inidoneo a determinare “l’effetto della c.d. conversione del termine di prescrizione breve […] in quello ordinario decennale”. Un’ulteriore conferma della tesi della prescrizione quinquennale arriva dalla ordinanza Sez. V n. 14244/2021, che adeguandosi all’ordinanza n. 1997/2018, riprendeva il principio di cui alla citata sentenza n. 23397 del 2016, precisava che la prescrizione quinquennale trova piena operatività con riguardo a tutti gli atti, in qualsiasi modo denominati, di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva, inclusi dunque anche i crediti relativi a entrate tributarie dello Stato nonché le sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie. 

Pertanto, interpretando la predetta disposizione, la Cassazione ha affermato che la norma citata va applicata a tutti quei tributi (es. TARSU, TOSAP, contributi di bonifica) che “si strutturano come prestazioni periodiche con connotati di autonomia nell’ambito di una causa debendi di tipo continuativo, in quanto l’utente è tenuto al pagamento di essi in relazione al prolungarsi sul piano temporale della prestazione erogata dall’ente impositore o del beneficio da esso concesso, senza che sia necessario, per ogni singolo periodo contributivo, un riesame dell’esistenza dei presupposti impositivi” (Cass. 23/02/2010, n. 4283; Cass. 10/12/2014, n. 26013 in tema di contributi consortili). Infine, con ordinanza 25/06/2021, n. 14244, la stessa Corte di cassazione ha affermato che il diritto è assimilabile ai tributi aventi cadenza periodica, configurandosi alla stregua di un’obbligazione periodica o di durata, per i quali trova applicazione il 2948 n. 4 c.c., ovverosia la prescrizione quinquennale.

Un caso a parte risultano essere le tasse automobilistiche. In questo ambito, infatti, secondo il combinato disposto dell’art. 2935 e segg. c. c. e dell’art. 5, D.l. 953/1982, modificato dall’art. 3 del D.l. 2/1986, convertito nella legge 60/1986: “…L’azione dell’Amministrazione finanziaria per il recupero delle tasse dovute dal 1° gennaio 1983 per effetto dell’iscrizione di veicoli o autoscafi nei pubblici registri e delle relative penalità si prescrive con il decorso del terzo anno successivo a quello in cui doveva essere effettuato il pagamento”.Inoltre, “Nello stesso termine si prescrive il diritto del contribuente al rimborso delle tasse indebitamente corrisposte”.

Gli Ermellini ricordano che al riguardo nell’ordinanza n. 10334/2021, proprio sul recupero delle tasse automobilistiche, si è ribadito che la prescrizione si compie con il decorso del terzo anno successivo a quello in cui doveva essere effettuato il pagamento, ossia al 31 dicembre del terzo anno (Cass. 25/08/2017, n. 20415).

Tanto premesso e tornando alla questione esaminata, la vicenda ha inizio quando un contribuente, ricevute molteplici intimazioni di pagamento relative a IVA, IRPEF, IRAP, tasse auto, diritti annuali della Camera di commercio, contributo sanitario nazionale europeo, procedeva innanzi alla Giustizia tributaria lamentando difetti di notifica. I giudici provinciali accoglievano parzialmente il ricorso e annullavano alcune delle intimazioni, con esclusione di quelle relative a IRPEF, IRAP e IVA, in relazione alle quali non aveva ritenuto essersi formata la prescrizione. L’agente della riscossione si rivolgeva allora ai giudici d’appello, ottenendo parziale riconoscimento delle ragioni addotte. La parte contribuente si rivolgeva allora alla Cassazione formulando un ricorso, composto da quattro motivi, in cui essenzialmente si lamentava l’error in iudicando nella parte in cui, nella sentenza impugnata, la CTR aveva ritenuto applicabile ai diritti annuali della Camera di commercio il termine prescrizionale decennale. Tale motivo è stato accolto dalla Suprema Corte, che ha anche affermato che: “… L’art. 2948, primo comma, n. 4, cod. civ. prevede che si prescrive nel termine breve quinquennale ‘ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno od in termini più brevi’. Questa Corte, interpretando la predetta disposizione, con principio giurisprudenziale assolutamente condivisibile, ha affermato che la norma citata va applicata a tutti quei tributi (es. TARSU, TOSAP, contributi di bonifica) che ‘si strutturano come prestazioni periodiche con connotati di autonomia nell’ambito di una causa debendi di tipo continuativo, in quanto l’utente è tenuto al pagamento di essi in relazione al prolungarsi sul piano temporale della prestazione erogata dall’ente impositore o del beneficio da esso concesso, senza che sia necessario, per ogni singolo periodo contributivo, un riesame dell’esistenza dei presupposti impositivi’ (Cass. 23/02/2010, n. 4283; Cass. 10/12/2014, n. 26013 in tema di contributi consortili). Infine, con ordinanza 25/06/2021, n. 14244, questa Corte ha affermato che il diritto è assimilabile ai tributi aventi cadenza periodica, configurandosi alla stregua di un’obbligazione periodica o di durata, per i quali trova applicazione il 2948 n. 4 c.c., ovverosia la prescrizione quinquennale. Ne consegue che ha errato la C.t.r. nel ritenere tali diritti soggetti al termine prescrizionale decennale anziché a quello breve quinquennale previsto dall’art.2948, primo comma, n. 4, cod. civ. 5. Anche il quarto motivo è fondato. L’art. 5, comma 51, del d.l. n. 953/1982, convertito con modificazioni, dalla legge n. 53 del 1983, modificato dall’art. 3, comma 1,del d.l. n. 2 del 1986 convertito, con modificazioni, dalla legge n. 60 del 1986, prevede che ‘L’azione dell’Amministrazione finanziaria per il recupero delle tasse dovute dal 1° gennaio 1983 per effetto dell’iscrizione di veicoli o autoscafi nei pubblici registri e delle relative penalità si prescrive con il decorso del terzo anno successivo a quello in cui doveva essere effettuato il pagamento. Pertanto, i giudici di appello avrebbero dovuto operare una distinzione nell’individuazione del termine prescrizionale tra le tasse automobilistiche e gli altri tributi di cui all’intimazione di pagamento, impugnate unitamente alle prodromiche cartelle di pagamento e non invece individuare genericamente tale termine in quello decennale, al riguardo ricordandosi che non può […] trovare applicazione, n ella fattispecie in esame, come di recente chiarito dalle Sezioni  Unite di questa Corte (cfr. Cass. 17 novembre 2016, n. 23397), l’art. 2953 cod. civ., che prevede l‘applicabilità del termine decennale di prescrizione, laddove il titolo della pretesa sia costituita da sentenza passata in giudicato e non anche da atto amministrativo divenuto definitivo per effetto di mancata impugnazione nei termini’.  Viepiù che con l’ordinanza 20 aprile 2021, n.10334, proprio sul recupero delle tasse automobilistiche, si è ribadito che la prescrizione si compie con il decorso del terzo anno successivo a quello in cui doveva essere effettuato il pagamento ossia al 31 dicembre del terzo anno. (Cass. 25/08/2017, n. 20415).  6. In conclusione, vanno rigetta ti il primo e secondo motivo di ricorso ed accolto il terzo e quarto, con cassazione della sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvio alla competente Corte di giustizia tributaria di secondo grado che rivaluterà la vicenda alla stregua dei principi sopra enunciati in tema di prescrizione dei diritti camerali e delle tasse automobilistiche e che provvederà anche sulle spese del giudizio di legittimità”.

Corte di Cassazione – Ordinanza 12 dicembre 2022, n. 37552

sul ricorso iscritto al n. 19307/17 R.G. proposto da:

P. A., S. L., S. G. M., S. V. M., S. S., quali eredi di S. G., rappresentati e difesi dall’avvocato Vincenzo Petralia, presso il cui studio legale sito in Catania, alla via Verona, n. 62, sono elettivamente domiciliati.

-ricorrenti –

contro RISCOSSIONE SICILIA s.p.a., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa, dall’avvocato Sabrina Lipari , presso il cui studio legale sito in Trapani, alla via Livio Bassi, n. 137, è elettivamente domiciliata.

-controricorrente –

e contro AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore.

-intimata –

Avverso la sentenza della COMM.TRIB.REG. SICILIA – sezione staccata di Catania – n. 28/13/2017 depositata in data 11 gennaio 2017.

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 27 ottobre dal consigliere dott.ssa M. Luisa De Rosa.

Rilevato che

1. G. S. impugnava dinanzi la C.t.p. di Catania molteplici intimazioni di pagamento relative ad IVA, IRPEF, IRAP, tasse auto, diritti annuali della camera di commercio, contributo sanitario nazionale europeo e riguardante gli anni dal 1993 al 2002 eccependo difetti di notifica.

2. La C.t.p., ove si costituiva anche l’agente di riscossione, accoglieva parzialmente il ricorso e annullava alcune delle intimazioni con esclusione delle intimazioni relative ad IRPEF, IRAP e IVA per gli anni 2000, 2001 e 2002 in relazione ai quali non aveva ritenuto essersi formata la prescrizione.

3. Contro tale decisione proponeva appello principale l ‘agente di riscossione ed appello incidentale il contribuente dinanzi la C.t.r della Sicilia – sezione staccata di Catania; tale Commissione, con sentenza n. 28/13/2017 depositata in data 11 gennaio 2017, accoglieva l’appello principale dell’agente di riscossione e rigettava l’appello incidentale del contribuente.

4. Avverso la sentenza della C.t.r.  A.P., L.S., G.M.S., V.M.S., S.S., quali eredi di G.S., nel frattempo deceduto, hanno proposto ricorso per cassazione sulla scorta di quattro motivi.

Si è costituita in giudizio Riscossione Sicilia spa, agente della riscossione per la provincia di Catania con controricorso.

L’Agenzia delle Entrate è rimasta intimata.

Con ordinanza interlocutoria n.25286/18 la sesta sezione civile di questa Corte, rilevando che tra le varie questioni poste vi fosse anche quella del termine prescrizionale di diritti camerali e che quindi non sussistessero i presupposti per definire la causa ai sensi dell’art. 375, primo comma, n. 1-5 cod., disponeva la rimessione della causa alla pubblica udienza della quinta sezione civile.

La causa è stata trattata nella camera di consiglio del 25 ottobre 2022 per la quale non sono state depositate memorie.

Considerato che

1. Con il primo motivo di ricorso, così rubricato: “Violazione e falsa applicazione dell’art. 58, comma 2, d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ.” i contribuenti lamentano l’error in iudicando nella parte in cui, nella sentenza impugnata, la C.t.r. ha giudicato la tempestività della notifica delle cartelle sottese alle impugnate intimazioni sulla base di relate di notifica prodotte nel giudizio di appello.

1.2 Con il secondo motivo di ricorso, così rubricato: “Violazione e falsa applicazione dell’art. 112, primo comma, cod. proc. civ. in relazione all’art. 360, primo comma, n. 4, cod. proc. civ.” i contribuenti lamentano l’error in procedendo nella parte in cui, nella sentenza impugnata, la C.t.r. ha omesso di pronunciare sulla regolarità della notifica delle cartelle sottese alle impugnate intimazioni perché avvenuta, la notifica, non nei confronti del diretto destinatario.

1.3 Con il terzo motivo di ricorso, così rubricato: «Violazione e falsa applicazione degli artt. 2946 e 2948, primo comma, n. 4, cod. civ. in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ.” i contribuenti lamentano l’error in iudicando nella parte in cui, nella sentenza impugnata, la C.t.r. ha ritenuto applicabile ai diritti annuali della camera di commercio il termine prescrizionale decennale.

1.4 Con il quarto motivo di ricorso, così rubricato: “Violazione e falsa applicazione dell’art. 5, comma 47, del d.l. 28 febbraio 1982, n. 953 convertito nella legge 28 febbraio 1983, n. 53 in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3, cod. proc. civ.” i contribuenti lamentano l’error in iudicando nella parte in cui, nella sentenza impugnata, la C.t.r. ha ritenuto applicabile alle tasse automobilistiche il termine prescrizionale decennale.

Considerato che

2. Il primo motivo è infondato in quanto in contrasto con il chiaro dettato normativo.

L’art. 58, comma 2 del d.P.R. n. 546 del 1992, attribuisce alle parti la facoltà di depositare nuovi documenti nel giudizio di appello davanti alle commissioni tributarie regionali, a nulla rilevando l’eventuale omessa o irrituale loro produzione in primo grado (Cass. 19/06/2015, n. 12783), e se l’acquisizione dei nuovi documenti al fascicolo processuale sia effettuata – come nel caso in esame tempestiva e ritualmente – effettuata entro il termine perentorio di cui all’art. 32, comma 1, del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, di venti giorni liberi prima dell’udienza, applicabile in secondo grado stante il richiamo, operato dall’art. 61 del citato decreto, alle norme relative al giudizio di primo grado, il giudice d’appello deve necessariamente fondarvi la propria decisione (Cass.24/02/2015, n. 3661).

Pare opportuno precisare, essendo questione che pure viene in rilievo,che, avuto riguardo all’oggetto del contendere come definito dal ricorso in primo grado dei contribuenti – individuato nella irregolare notifica delle cartelle di pagamento – le allegazioni dell’agente della riscossione, volte ad affermare l‘avvenuta regolare e tempestiva notifica dei medesimi, si limitano alla mera indicazione di un fatto già acquisito al giudizio in quanto non introducono alcun elemento nuovo di indagine rispetto a quelli già introdotti nel giudizio con il ricorso introduttivo e quindi non violano il disposto di cui all’art. 57 del d.lgs. n. 546 del 1992 (Cass.25/03/2011, n. 6921).

L’interpretazione fornita da questa Corte del chiaro dettato legislativo in materia di produzione documentale nel giudizio tributario d’appello ha trovato l’autorevole avallo della Corte costituzionale, che con la sentenza 14/07/2017, n.199 ha riconosciuto la conformità a costituzione dell’art. 58 della legge sul processo tributario, ritenendo non fondata «la censura di disparità di trattamento tra le parti del giudizio, sostenuta sulla base del presunto sbilanciamento a favore di quella facoltà a produrre per la prima volta in appello documenti già in suo possesso nel grado anteriore, rilevando sul punto che tale facoltà del giudizio è riconosciuta ad entrambe le parti del giudizio, cosicché non sussistono le ragioni del lamentato sbilanciamento» e che « la previsione che un’attività probatoria, rimasta preclusa nel giudizio di primo grado, possa essere esperita in appello, non solo non si pone in contrasto con il divieto posto nel giudizio civile dall’art. 345, terzo comma, cod. proc. civ., nel testo introdotto dalla legge 18 giugno 2009, n. 69, in quanto non esiste un principio costituzionale di necessaria uniformità tra i diversi tipi di processo (ex plurimis sentenze n. 165 e n. 18 del 2000, n. 82 del 1996;ordinanza n. 217 del 2000), e, più specificatamente, un principio di uniformità del processo tributario e di quello civile (tra le altre, ordinanze n. 316 del 2008, n. 303 del 2002, n. 330 del 2000, n. 8 del 1999) ma non è di per sé irragionevole, poiché il regime delle preclusioni in tema di attività probatoria(come la produzione di un documento) mira a scongiurare che i tempi della sua effettuazione siano procrastinati per prolungare il giudizio, mentre la previsione della producibilità in secondo grado costituisce un temperamento disposto dal legislatore sulla base di una scelta discrezionale, come tale insindacabile» (ordinanza n. 401 del 2000). Il Giudice delle leggi ha quindi escluso la sussistenza della violazione dell’art. 24 Cost. per la perdita di un grado di giudizio affermando che è giurisprudenza pacifica di questa Corte che la garanzia del doppio grado non gode, di per sé, di copertura costituzionale (ex multis sentenza n. 243 del 2014; ordinanze n. 42 del 2014, n. 190 del 2013, n.410 del 2007 e n. 84 del 2003).  Devono, quindi, ritenersi ampiamente superate tutte le obiezioni mosse dai ricorrenti all’orientamento di questa Corte nella materia in esame, dovendo in questa sede ribadire il principio secondo cui «In materia di produzione documentale in grado di appello nel processo tributario, alla luce del principio di specialità espresso dall’art. 1, comma 2, del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 – in forza del quale, nel rapporto fra norma processuale civile ordinaria e norma processuale tributaria, prevale quest’ultima – non trova applicazione la preclusione di cui all’art. 345, terzo comma, cod. proc. civ. (nel testo introdotto dalla legge 18giugno 2009, n. 69), essendo la materia regolata dall’art. 58, comma 2, del citato d.lgs., che consente alle parti di produrre liberamente i documenti anche in sede di gravame, sebbene preesistenti al giudizio svoltosi in primo grado» (Cass. 16/09/2011, n. Cass. n. 20109/12, 15/01/2014, n. 655; Cass. 24/02/2015, n. 3661; Cass.06/11/2015 n. 2776/15 ; e Corte Cost. n. 199/17 cit.).

3. Anche il secondo motivo è infondato.

Soccorre qui il principio giurisprudenziale in base al quale “Il vizio di omessa pronuncia da parte del giudice d’appello è configurabile allorché manchi completamente l’esame di una censura mossa al giudice di primo grado, mentre non ricorre nel caso in cui il giudice d’appello fondi la decisione su una costruzione logico- giuridica incompatibile con la domanda” (Cass. 14/01/2015, n. 452), come avvenuto nel caso di specie in cui la C.t.r. dopo aver dato atto (a pag. 5 della sentenza impugnata) dell’eccezione dei contribuenti appellati, di “nullità delle notifiche di diverse cartelle poiché notificate a persona diversa dal destinatario e non seguite dalla raccomandata informativa”, ha espressamente affermato che le notifiche erano tempestive e regolari (pg. 8 della sentenza).

4. Il terzo motivo è fondato.

L’art. 2948, primo comma, n. 4, cod. civ. prevede che si prescrive nel termine breve quinquennale “ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno od in termini più brevi”. Questa Corte, interpretando la predetta disposizione, con principio giurisprudenziale assolutamente condivisibile, ha affermato che la norma citata va applicata a tutti quei tributi (es. TARSU, TOSAP, contributi di bonifica) che “si strutturano come prestazioni periodiche con connotati di autonomia nell’ambito di una causa debendi di tipo continuativo, in quanto l’utente è tenuto al pagamento di essi in relazione al prolungarsi sul piano temporale della prestazione erogata dall’ente impositore o del beneficio da esso concesso, senza che sia necessario, per ogni singolo periodo contributivo, un riesame dell’esistenza dei presupposti impositivi” (Cass. 23/02/2010, n. 4283; Cass. 10/12/2014, n. 26013 in tema di contributi consortili). Infine, con ordinanza 25/06/2021, n. 14244, questa Corte ha affermato che il diritto è assimilabile ai tributi aventi cadenza periodica, configurandosi alla stregua di un’obbligazione periodica o di durata, per i quali trova applicazione il 2948 n. 4 c.c., ovverosia la prescrizione quinquennale. Ne consegue che ha errato la C.t.r. nel ritenere tali diritti soggetti al termine prescrizionale decennale anziché a quello breve quinquennale previsto dall’art.2948, primo comma, n. 4, cod. civ. 5.

Anche il quarto motivo è fondato.

L’art. 5, comma 51, del d.l. n. 953/1982, convertito con modificazioni, dalla legge n. 53 del 1983, modificato dall’art. 3, comma 1,del d.l. n. 2 del 1986 convertito, con modificazioni, dalla legge n. 60 del 1986, prevede che «L’azione dell’Amministrazione finanziaria per il recupero delle tasse dovute dal 1° gennaio 1983 per effetto dell’iscrizione di veicoli o autoscafi nei pubblici registri e delle relative penalità si prescrive con il decorso del terzo anno successivo a quello in cui doveva essere effettuato il pagamento.

Pertanto, i giudici di appello avrebbero dovuto operare una distinzione nell’individuazione del termine prescrizionale tra le tasse automobilistiche e gli altri tributi di cui all’intimazione di pagamento, impugnate unitamente alle prodromiche cartelle di pagamento e non invece individuare genericamente tale termine in quello decennale, al riguardo ricordandosi che “non può […] trovare applicazione, n ella fattispecie in esame, come di recente chiarito dalle Sezioni  Unite di questa Corte (cfr. Cass. 17 novembre 2016, n. 23397), l’art. 2953 cod. civ., che prevede l ‘applicabilità del termine decennale di prescrizione, laddove il titolo della pretesa sia costituita da sentenza passata in giudicato e non anche da atto amministrativo divenuto definitivo per effetto di mancata impugnazione nei termini”. Viepiù che con l’ordinanza 20 aprile 2021, n.10334, proprio sul recupero delle tasse automobilistiche, si è ribadito che la prescrizione si compie con il decorso del terzo anno successivo a quello in cui doveva essere effettuato il pagamento ossia al 31 dicembre del terzo anno. (Cass. 25/08/2017, n. 20415).

6. In conclusione, vanno rigetta ti il primo e secondo motivo di ricorso ed accolto il terzo e quarto, con cassazione della sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvio alla competente Corte di giustizia tributaria di secondo grado che rivaluterà la vicenda alla stregua dei principi sopra enunciati in tema di prescrizione dei diritti camerali e delle tasse automobilistiche e che provvederà anche sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

Rigetta il primo ed il secondo motivo di ricorso, accoglie il terzo e quarto, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia alla Corte di giustizia tributaria di secondo grado della Sicilia, sezione staccata di Catania, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità. Così deciso in Roma il 27 ottobre 2022

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