CASSAZIONE FISCALITA

Prescrizione della cartella di pagamento

Tributi – Prescrizione – Cartelle esattoriali – Scadenza – Decennalità del termine prescrizionale – Insussistenza – Articolo 2953 del Codice civile

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 31817 del 7 dicembre 2018, in tema di opposizione ai termini della riscossione ha affermato che il termine di prescrizione resta quello originariamente previsto per il credito sotteso alla cartella, senza che questa possa in alcun modo determinare l’applicazione del termine ordinario decennale.

In buona sostanza, dunque, la Suprema Corte ha ricordato – come peraltro affermato a Sezioni Unite (sentenza 17 novembre 2016, n. 23397) – che quando scade il termine per opporsi all’atto di riscossione si determina solo l’irretrattabilità del debito e, pertanto, non si converte il termine breve di prescrizione in quello ordinario decennale. La questione è stata spesso dibattuta e soltanto con la richiamata sentenza n. 23397/16 si è determinata una condivisa interpretazione.

Al riguardo e sostegno di tale orientamento, la Cassazione ebbe a richiamare diversi argomenti.

In primo luogo, la disciplina della prescrizione è “di stretta osservanza ed è insuscettibile d’interpretazione analogica” (Cassazione, sentenza 15 luglio 1966, n. 1917; Cassazione, sentenza 18 maggio 1971, n. 1482).

Inoltre, l’articolo 2946 del Codice civile prevede che la prescrizione ordinaria dei diritti è decennale a meno che la legge disponga diversamente; nel caso dei contributi previdenziali è appunto la legge che dispone diversamente (art. 3, comma 9, legge 335/1995), come anche nel caso di sanzioni amministrative, sanzioni tributarie, tassa automobilistica, ecc. Ancora, l’art. 2953 del Codice civile (che prevede, in ogni caso, l’applicazione del termine decennale laddove il diritto sia stato oggetto di accertamento giudiziale) non può essere applicato per analogia oltre i casi in esso stabiliti (Cassazione, sentenza 29 gennaio 1968, n. 285; Cassazione, sentenza 10 giugno 1999, n. 5710).

La prescrizione decennale da actio judicati, prevista dall’art. 2953 del Codice civile, decorre non dal giorno in cui sia possibile l’esecuzione della sentenza, né da quello della sua pubblicazione, ma dal momento del suo passaggio in giudicato (Cassazione, sentenza 10 luglio 2014, n. 15765). La conversione della prescrizione breve in quella decennale per effetto della formazione del titolo giudiziale ex articolo 2953 cod. civ. ha il proprio fondamento esclusivo nel titolo medesimo, sicché non incide sui diritti non riconducibili a questo e, dunque, non opera per i diritti maturati in periodi successivi a quelli oggetto del giudicato di condanna (Cassazione, sentenza 20 marzo 2013, n. 6967; Cassazione, sentenza 10 giugno 1999, n. 5710).

Peraltro, il generico riferimento al “diritto” per il quale sia stabilita un termine di prescrizione breve, contenuto nel citato art. 2953 cod. civ., consente di ritenere che laddove intervenga un giudicato di condanna (anche generica), la conversione del termine di prescrizione breve del diritto in quello decennale si estende pure ai coobbligati solidali anche se rimasti estranei al relativo giudizio (Cassazione, sentenza 13 gennaio 2015, n. 286; Cassazione, sentenza 11 giugno 1999, n. 5762; Cassazione, sentenza 10 marzo 1976, n. 839; Cassazione, sentenza 14 aprile 1972, n. 1173).

Infine, è indubbio che sia la cartella di pagamento sia gli altri titoli che legittimano la riscossione coattiva di crediti dell’Erario e/o degli Enti previdenziali e così via, sono atti amministrativi privi dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato (Cassazione, sentenza del 25 maggio 2007, n. 12263).

Questo, peraltro, non significa che la scadenza del termine perentorio per proporre opposizione non produca alcun effetto, in quanto tale decorrenza determina la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, producendo l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito. Ma è evidente che, per tutte le suddette ragioni, tale scadenza non può certamente comportare l’applicazione dell’art. 2953, cod. civ. ai fini della operatività della conversione del termine di prescrizione breve in quello ordinario decennale, anche perché, fra l’altro, un simile effetto si porrebbe in contrasto con la ratio della perentorietà del termine per l’opposizione.

Se è pacifico che tale ratio sia quella di consentire una “rapida riscossione” del credito, l’allungamento immotivato del termine prescrizionale in favore dell’ente creditore si porrebbe, all’evidenza, in contrasto con tale ratio, oltre a mettere il debitore in una situazione di perenne incertezza in una materia governata dal principio di legalità, cui per primi sono tenuti a uniformarsi gli stessi Enti della riscossione e creditori

Pertanto, alla luce di quanto sopra, le Sezioni Unite affermarono quei principi di diritto ancor oggi ritenuti validi: la scadenza del termine – pacificamente perentorio – per proporre opposizione a cartella di pagamento di cui all’art. 24, comma 5, del D.lgs. 46/1999, pur determinando la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito contributivo senza determinare anche l’effetto della c.d. “conversione” del termine di prescrizione breve (nella specie quinquennale, secondo l’art. 3, commi 9 e 10, della legge 335/1995) in quello ordinario (decennale), ai sensi dell’art. 2953, cod. civ.

Tale ultima disposizione, infatti, si applica soltanto nelle ipotesi in cui intervenga un titolo giudiziale divenuto definitivo, mentre la suddetta cartella, avendo natura di atto amministrativo, è priva dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato.

Inoltre è di applicazione generale il principio secondo il quale la scadenza del termine perentorio stabilito per opporsi o impugnare un atto di riscossione mediante ruolo, o comunque di riscossione coattiva, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito ma non determina anche l’effetto della c.d. “conversione” del termine di prescrizione breve eventualmente previsto in quello ordinario decennale, ai sensi dell’art. 2953 cod. civ. Tale principio, pertanto, si applica con riguardo a tutti gli atti – comunque denominati – di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva di crediti degli enti previdenziali ovvero di crediti relativi a entrate dello Stato, tributarie ed extratributarie, nonché di crediti delle Regioni, delle Province, dei Comuni e degli altri Enti locali nonché delle sanzioni amministrative per la violazione di norme tributarie o amministrative e così via. Con la conseguenza che, qualora per i relativi crediti sia prevista una prescrizione (sostanziale) più breve di quella ordinaria, la sola scadenza del termine concesso al debitore per proporre l’opposizione, non consente di fare applicazione dell’art. 2953 cod. civ., tranne che in presenza di un titolo giudiziale divenuto definitivo.

Tornando al caso de quo, i giudici del Palazzaccio hanno respinto il ricorso di Equitalia, ricordando che “…la ricorrente deposita memoria ai sensi del secondo comma, ultima parte, del medesimo art. 380-bis; considerato che: il motivo di ricorso (di «vizio della sentenza per violazione dell’art. 2946 c.c. – erronea e falsa applicazione dell’art. 29 CdS e dell’art. 28 L. 689/81») fa valere la tesi della decennalità del termine prescrizionale dei crediti recati da una cartella esattoriale a seguito di mancata opposizione a verbali di infrazione al codice della strada; la tesi su cui si articola il ricorso si infrange, però, contro il principio a chiare lettere affermato da questa Corte con sentenza 17/11/2016, n. 23397, a mente della quale «il principio, di carattere generale, secondo cui la scadenza del termine perentorio sancito per opporsi o impugnare un atto di riscossione mediante ruolo, o comunque di riscossione coattiva, produce soltanto l’effetto sostanziale dell’irretrattabilità del credito, ma non anche la cd. ‘conversione’ del termine di prescrizione breve eventualmente previsto in quello ordinario decennale, ai sensi dell’art. 2953 cod. civ., si applica con riguardo a tutti gli atti – in ogni modo denominati – di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva di crediti degli enti previdenziali, ovvero di crediti relativi ad entrate dello Stato, tributarie ed extratributarie, nonché di crediti delle Regioni, delle Province, dei Comuni e degli altri Enti locali, nonché delle sanzioni amministrative per la violazione di norme tributarie o amministrative e così via»; con la conseguenza che, ove per i relativi crediti sia prevista una prescrizione (sostanziale) più breve di quella ordinaria, la sola scadenza del termine concesso al debitore per proporre l’opposizione non consente di fare applicazione dell’art. 2953 cod. civ., tranne che in presenza di un titolo giudiziale divenuto definitivo; le contrarie argomentazioni svolte in memoria non inficiano la consequenzialità di tale conclusione e l’intrinseca coerenza della relativa argomentazione: – non in base al richiamo a precedenti anteriori alla detta pronuncia, in quanto da questa evidentemente superati; – non in base al richiamo a Cass. 3095/17: questa effettivamente non tiene conto dell’arresto a sezioni unite, ma, da un lato, neppure lo rimette adeguatamente in discussione nei modi previsti dal codice, cioè investendo nuovamente quelle stesse, mentre, dall’altro lato, non si fa carico di alcuno degli argomenti posti da quell’arresto a fondamento dell’opposta decisione; sicché una tale pronuncia non si può qualificare in consapevole contrasto con il precedente, oltretutto assortito della peculiare efficacia riconosciuta ormai dall’ordinamento alle pronunce a sezioni unite anche sulle determinazioni delle sezioni semplici di questa Corte; – non in base alla tesi della limitazione del principio di diritto ai soli contributi previdenziali, essendo evidente che il tenore testuale della motivazione – riguardo alla quale non si somministrano a questa Corte validi argomenti od altri elementi per discostarsi, se del caso reinvestendo della questione le stesse sezioni unite – finisce con l’estendersi ad ogni ipotesi in cui prima della cartella – non si sia formato un titolo esecutivo giudiziale e cioè formalmente reso all’esito di un giudizio e non già mediante il meccanismo della mancata opposizione ad atti impositivi o di accertamento lato sensu amministrativi; difettano nella specie elementi per riproporre quindi la tesi della estensione del termine prescrizionale decennale ai titoli cc.dd. paragiudiziali, cioè quelli derivanti dalla combinazione di atti in origine formalmente amministrativi o comunque stragiudiziali e dalla inerzia consapevole del loro destinatario nell’attivazione della tutela giurisdizionale, neppure sotto il profilo che tale inerzia potrebbe equivalere in tutto e per tutto ad una rinuncia a valersene e, pertanto, configurare un titolo divenuto esecutivo in virtù del mancato espletamento della tutela stessa da parte di colui a cui favore questa era pur sempre apprestata e, in quanto tale, appunto equiparabile ad un titolo giudiziale, formatosi all’esito della piena e completa estrinsecazione di quella; il ricorso va quindi rigettato”.

 

Corte di Cassazione Ordinanza 7 dicembre 2018, n. 31817

 

Sul ricorso iscritto al n. 01465/2016 R.G. proposto da EQUITALIA SUD SPA 11210661002, in persona del Responsabile del Contenzioso Esattoriale, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLA PINETA SACCHETTI 482, presso lo studio dell’avvocato EMANUELA VERGINE, rappresentata e difesa dall’avvocato MARIA ROSARIA SAVOIA;

– ricorrente –

contro RUSSO ANTONIO, PREFETTURA DI LECCE;

– intimati –

avverso la sentenza n. 3688/2015 del TRIBUNALE di LECCE, depositata il 07/07/2015;

udita la relazione svolta nella camera di consiglio non partecipata del 13/09/2018 dal Consigliere Dott. Franco DE STEFANO;

rilevato che: Equitalia Sud spa ricorre, con atto articolato su di un motivo e notificato il 4-5/01/2016, per la cassazione della sentenza n. 3688 del 07/07/2015 del Tribunale di Lecce, con cui è stato respinto il suo appello contro l’accoglimento – ad opera del Giudice di pace di Lecce – dell’opposizione all’esecuzione esattoriale ai suoi danni intentata, proposta da Antonio Russo anche nei confronti dell’ente creditore Prefettura di Lecce;

nessuno degli intimati resiste con controricorso;

è formulata proposta di definizione – per manifesta infondatezza – in camera di consiglio ai sensi del primo comma dell’art. 380-bis cod. proc. civ., come modificato dal comma 1, lett. e), dell’art. 1-bis d.l. 31 agosto 2016, n. 168, conv. con modif. dalla I. 25 ottobre 2016, n. 197;

la ricorrente deposita memoria ai sensi del secondo comma, ultima parte, del medesimo art. 380-bis; considerato che: il motivo di ricorso (di «vizio della sentenza per violazione dell’art. 2946 c.c. – erronea e falsa applicazione dell’art. 29 CdS e dell’art. 28 L. 689/81») fa valere la tesi della decennalità del termine prescrizionale dei crediti recati da una cartella esattoriale a seguito di mancata opposizione a verbali di infrazione al codice della strada;

la tesi su cui si articola il ricorso si infrange, però, contro il principio a chiare lettere affermato da questa Corte con sentenza 17/11/2016, n. 23397, a mente della quale «il principio, di carattere generale, secondo cui la scadenza del termine perentorio sancito per opporsi o impugnare un atto di riscossione mediante ruolo, o comunque di riscossione coattiva, produce soltanto l’effetto sostanziale dell’irretrattabilità del credito, ma non anche la cd. ‘conversione’ del termine di prescrizione breve eventualmente previsto in quello ordinario decennale, ai sensi dell’art. 2953 cod. civ., si applica con riguardo a tutti gli atti – in ogni modo denominati – di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva di crediti degli enti previdenziali, ovvero di crediti relativi ad entrate dello Stato, tributarie ed extratributarie, nonché di crediti delle Regioni, delle Province, dei Comuni e degli altri Enti locali, nonché delle sanzioni amministrative per la violazione di norme tributarie o amministrative e così via»;

con la conseguenza che, ove per i relativi crediti sia prevista una prescrizione (sostanziale) più breve di quella ordinaria, la sola scadenza del termine concesso al debitore per proporre l’opposizione non consente di fare applicazione dell’art. 2953 cod. civ., tranne che in presenza di un titolo giudiziale divenuto definitivo;

le contrarie argomentazioni svolte in memoria non inficiano la consequenzialità di tale conclusione e l’intrinseca coerenza della relativa argomentazione: – non in base al richiamo a precedenti anteriori alla detta pronuncia, in quanto da questa evidentemente superati; – non in base al richiamo a Cass. 3095/17: questa effettivamente non tiene conto dell’arresto a sezioni unite, ma, da un lato, neppure lo rimette adeguatamente in discussione nei modi previsti dal codice, cioè investendo nuovamente quelle stesse, mentre, dall’altro lato, non si fa carico di alcuno degli argomenti posti da quell’arresto a fondamento dell’opposta decisione; sicché una tale pronuncia non si può qualificare in consapevole contrasto con il precedente, oltretutto assortito della peculiare efficacia riconosciuta ormai dall’ordinamento alle pronunce a sezioni unite anche sulle determinazioni delle sezioni semplici di questa Corte;

– non in base alla tesi della limitazione del principio di diritto ai soli contributi previdenziali, essendo evidente che il tenore testuale della motivazione – riguardo alla quale non si somministrano a questa Corte validi argomenti od altri elementi per discostarsi, se del caso reinvestendo della questione le stesse sezioni unite – finisce con l’estendersi ad ogni ipotesi in cui prima della cartella – non si sia formato un titolo esecutivo giudiziale e cioè formalmente reso all’esito di un giudizio e non già mediante il meccanismo della mancata opposizione ad atti impositivi o di accertamento lato sensu amministrativi;

difettano nella specie elementi per riproporre quindi la tesi della estensione del termine prescrizionale decennale ai titoli cc.dd. paragiudiziali, cioè quelli derivanti dalla combinazione di atti in origine formalmente amministrativi o comunque stragiudiziali e dalla inerzia consapevole del loro destinatario nell’attivazione della tutela giurisdizionale, neppure sotto il profilo che tale inerzia potrebbe equivalere in tutto e per tutto ad una rinuncia a valersene e, pertanto, configurare un titolo divenuto esecutivo in virtù del mancato espletamento della tutela stessa da parte di colui a cui favore questa era pur sempre apprestata e, in quanto tale, appunto equiparabile ad un titolo giudiziale, formatosi all’esito della piena e completa estrinsecazione di quella;

il ricorso va quindi rigettato, ma non vi è luogo a provvedere sulle spese del giudizio di legittimità per non avervi svolto attività difensiva alcuno degli intimati; deve pure darsi atto – mancando la possibilità di valutazioni discrezionali (tra le prime: Cass. 14/03/2014, n. 5955; tra molte altre: Cass. Sez. U. 27/11/2015, n. 24245) e nulla conoscendosi dell’esito di una eventuale istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato – della sussistenza dei presupposti per l’applicazione dell’art. 13 comma 1-quater del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, inserito dall’art. 1, comma 17, della I. 24 dicembre 2012, n. 228, in tema di contributo unificato per i gradi o i giudizi di impugnazione;

P.Q.M.

rigetta il ricorso.

Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del d.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17 della I. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della Ric. 2016 n. 01465 sez. M3 – ud. 13-09-2018 -4- ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso da essa proposto, a norma del comma 1-bis, dello stesso articolo 13.

 

 

 

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