CASSAZIONE IVA

L’esdebitazione del fallito è applicabile anche ai debiti IVA

Fiscalità – IVA – IRAP – Art. 142 del RD n. 267/42- Direttiva 77/388/CEE – Sesta direttiva – Procedura di esdebitazione – Inesigibilità dei debiti IVA Rinvio pregiudiziale – Articolo 4, paragrafo 3, TUE – Direttiva 2006/112/CE – Insolvenza – Procedura di concordato preventivo – Pagamento parziale dei crediti IVA

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 18124 del 6 giugno 2022, intervenendo su una importante questione riguardante la presunta adattabilità dell’istituto nazionale dell’esdebitazione al diritto unionale, ha enunciato il principio di diritto secondo il quale l’esdebitazione del debitore fallito, di cui agli art. 142 e 143 del RD 267/1942, trova applicazione anche ai debiti IVA, non risultando in contrasto con il sistema comunitario dell’imposta sul valore aggiunto.

Per completezza riportiamo integralmente il principio enunciato: “…In tema di fallimento, l’esdebitazione del fallito di cui agli artt. 142 e 143 L. fall. è applicabile anche ai debiti IVA, non contrastando con l’art. 4, par. 3, TUE e con gli artt. 2 e 22 della Direttiva 77/388/CEE del Consiglio, del 17 maggio 1977 (cd. “Sesta Direttiva”), in materia di sistema comune di imposta sul valore aggiunto”.

L’esdebitazione è stata introdotta anche su impulso unionale (cfr. anche la direttiva Ue 1023/2019): risponde all’esigenza di consentire al debitore svincolato dai debiti pregressi di ripartire e riproporsi nella società (c.d. fresh restart) senza dover scontare durature limitazioni nel reinserimento nel circuito sociale ed economico in ragione di debiti rimasti insoluti. Il giudice europeo ha inoltre rilevato come il quadro sovranazionale non sia ostativo alla declaratoria di inesigibilità dei debiti IVA correlata all’applicazione della normativa nazionale sull’esdebitazione del fallito persona fisica, essendo la concessione del beneficio ex art. 42 del RD 267/1942 sottoposta a condizioni estremamente rigorose. L’istituto poggia, infatti, su un complesso di requisiti soggettivi e oggettivi, che con il concorso di rigidi presupposti di applicazione, consente all’esdebitazione anche di derogare alla regola “ordinaria” della responsabilità generale del debitore di cui all’art. 2740 c.c.

Il rigore di tali condizioni, che contrassegnano la procedura, assume quindi valenza decisiva, atteso che i requisiti e i presupposti contemplati dalla norma sono suscettibili di offrire garanzie per quanto riguarda la riscossione dei crediti IVA senza che, per il tramite dell’istituto, si addivenga a una rinuncia generale e indiscriminata alla riscossione del tributo.

Muovendo da tali premesse, i giudici di legittimità hanno infine indicato come il citato art. 142 del RD 267/1942 ricomprenda nell’ambito dell’esdebitazione tutte le obbligazioni derivanti da rapporti inerenti all’esercizio dell’impresa, inclusi i debiti tributari e le correlate sanzioni, ma non vi è menzione dei rapporti tributari, che risultano peraltro falcidiabili, ex art. 160, comma 2, RD 267 e transigibili, ex art. 182-ter del della medesima norma (Cassazione, SS.UU. 27 dicembre 2016 n. 26988).

Nello specifico rileva l’ordinanza n. 13542 del 2015, dove l’Agenzia delle Entrate ricorrendo per cassazione, deduceva quattro motivi contro la sentenza della CTR del Piemonte 19/6/12 del 26 marzo 2012, che aveva rigettato l’appello dell’Agenzia confermando la illegittimità della cartella di pagamento con cui era stato chiesto al contribuente il versamento di somme a titolo di IVA e IRAP per l’anno di imposta 2003.

I giudici di merito nel dispositivo avevano affermato che tali somme non erano dovute in considerazione che il sig. I. M., socio accomandatario della fallita PVA Sas (e fallito in proprio), aveva ottenuto dal Tribunale di Mondovì un decreto di esdebitazione in data 14 aprile 2008.

Comunque la Corte, soppesando attentamente la questione, chiedeva l’attenzione della Corte di Giustizia dell’Unione europea su alcuni punti sollevati dall’Avvocatura erariale, che così riportiamo: “… Giova premettere che l’art. 142 della L. Fall. vigente (così come introdotto dal D.Lgs. 9 gennaio 2006, n. 5), prevede che a determinate condizioni, che qui non rilevano in quanto il loro accertamento è compito del Tribunale fallimentare, “il fallito persona fisica è ammesso al beneficio della liberazione dai debiti residui nei confronti dei creditori concorsuali non soddisfatti”. Restano esclusi dall’esdebitazione:

a) gli obblighi di mantenimento e alimentari e comunque le obbligazioni derivanti da rapporti estranei all’esercizio dell’impresa; b) i debiti per il risarcimento dei danni da fatto illecito extracontrattuale nonché le sanzioni penali ed amministrative di carattere pecuniario che non siano accessorie a debiti estinti. La lettera a) è stata così modificata dal D.lgs. 12 settembre 2007, n. 169, art. 10, comma 1, a decorrere dal 1 gennaio 2008 (in precedenza si parlava dei crediti “non compresi nel fallimento ai sensi dell’art. 46”, ma si può concordare con la Avvocatura che la modifica abbia avuto un portata meramente interpretativa).

Emerge fin da una prima lettura, come i crediti tributari non siano esplicitamente esclusi dall’esdebitazione; e questo dato non è privo di rilievo da momento che in altre disposizioni il legislatore si è preoccupato di dettare specifiche norme attinenti ai crediti tributari (cfr. l’art. 182 ter della medesima legge fallimentare). Ed il regime dei debiti tributari è, regolato nella L. n. 3 del 2012 (come modificata ed integrata dal D.L. n. 179 del 2012 conv. in L. n. 212 del 2012, che ha introdotto il così detto “esdebitamento” dei soggetti non contemplati dalla legge fallimentare).

La ricorrente Avvocatura svolge però ampie argomentazioni per sostenere in via interpretativa questa esclusione. Sostiene (in particolare nel primo motivo) che le obbligazioni tributarie sarebbero “estranee all’esercizio dell’impresa” in quanto sarebbero collegate all’esercizio dell’impresa da un rapporto meramente occasionale. La deduzione, prospettata sotto il profilo della violazione di legge, non risulta proposta nel giudizio di merito; è quindi di dubbia ammissibilità. Comunque può essere esaminata solo sotto un profilo: la esclusione ope legis di tutti i debiti tributari dall’esdebitazione. Simile tesi deve essere respinta. In quanto sussisto indubbiamente oneri tributari (e piuttosto rilevanti) che sicuramente sono “derivanti da rapporti non estranei all’esercizio dell’impresa”.

Fra questi – sia detto per inciso – rientrano sicuramente IVA ed IRAP (che a quanto risulta dalla narrativa sono richieste dall’atto tributario impugnato) che sono dovute proprio e soltanto perchè le operazioni economiche da cui scaturiscono rappresentano esercizio dell’impresa. Mentre non rientra nel presente giudizio la valutazione se vi siano rapporti tributari esclusi dall’esdebitazione (come si potrebbe sostenere per l’ICI su una casa di abitazione). Con un secondo argomento, sviluppato in modo particolare nel secondo motivo, l’Avvocatura erariale invoca l’art. 53 Cost. e quindi sostiene la inderogabilità dei crediti tributari in quanto espressione del dovere di ogni soggetto di concorrere alle spese pubbliche.

L’argomento, come emerge dalle attente argomentazioni presenti nel ricorso, condurrebbe però ad una dichiarazione di incostituzionalità di tutta la normativa sull’esdebitazione e in fondo di tutta una prassi legislativa che ha previsto la “definizione agevolata”, o addirittura l’abbandono di crediti tributari. La stessa presunta “irrinunciabilità” dei crediti tributari è, del resto, posta in crisi da disposizioni come art. 17bis nel corpo della L. n. 546 del 1992 introdotto dal D.L. 6 luglio 2011, n. 98, art. 39, comma 9, convertito dalla L. 15 luglio 2011, n. 111, secondo cui la Amministrazione nel formulare la sua eventuale proposta di mediazione deve aver “riguardo all’eventuale incertezza delle questioni controverse, al grado di sostenibilità della pretesa e al principio di economicità dell’azione amministrativa”; cioè, sembrerebbe alla eterna massima “pochi maledetti e subito”, che induce a rinunciare ad una pretesa giuridicamente fondata, ma di incerto incasso, accettando una somma minore ma di sicuro incasso. Del resto, è difficile individuare un qualche credito cancellato dall’esdebitazione che non goda di tutela costituzionale (è ad esempio ovvio che ne godono i crediti del lavoratore); e tuttavia in un bilanciamento di interessi (e disposizioni costituzionali) contrapposte, il legislatore sacrifica i diritti dei creditori in vista del ragionevole obbiettivo di consentire al fallito incolpevole (ed in genere a tutti gli indebitati) di riprendere la loro attività economica senza il timore di dover versare quasi tutto il percepito ai creditori. E questo sacrificio trova ulteriore giustificazione nella circostanza che – se le procedure fallimentari sono state regolarmente esperite- il fallito non possiede più alcun bene e dunque si tratta di crediti di quasi impossibile soddisfacimento (e nulla dovrebbe più possedere anche il non imprenditore che si sia sottoposto alla procedura di liquidazione del suo patrimonio di cui al D.L. n. 179 del 2012 conv. in L. n. 212 del 2012; anche se ovviamente in queste ipotesi il controllo pubblico sulla consistenza del patrimonio del debitore è meno incisiva)”.

I Supremi giudici si rivolgevano allora alla Corte europea chiedendo di pronunciarsi sul seguente quesito pregiudiziale: “L’articolo 4, paragrafo 3, TUE e gli articoli 2 e 22 della sesta direttiva 77/388, in materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative alle imposte sulla cifra di affari, devono essere interpretati nel senso che essi ostano all’applicazione, in materia di imposta sul valore aggiunto, di una disposizione  nazionale che prevede l’estinzione dei debiti nascenti dall’IVA in favore dei soggetti ammessi alla procedura di esdebitazione disciplinata dagli artt.142 e 143 del R.D. n.267/1942”.

La vertenza è stata definita dal giudice unionale con sentenza del 16 marzo 2017.

In buona sostanza, dato per acclarato che per il legislatore l’esdebitazione consiste nella definitiva liberazione del debitore fallito da qualsiasi debito rimasto non pagato dopo la chiusura del fallimento, consentendogli in questo modo di recuperare la capacità di svolgere una nuova attività economica, la Suprema Corte  ha così enunciato la compatibilità dell’esdebitazione ex art. 142, RD 267/1942, con il diritto europeo in materia di debiti IVA, che trova riconoscimento nella sentenza della Corte di Giustizia Ue  del 16 marzo 2017 relativa alla causa C-493/15, che ha inoltre messo in evidenza che l’obbligo della riscossione effettiva non può essere assoluto, ammettendo invece deroghe specifiche e delimitate, e che uno Stato membro può ritenere legittima la rinuncia al pagamento integrale di un credito IVA in presenza di circostanze eccezionali, puntuali e limitate e purché lo Stato non crei significative differenze nel modo in cui sono trattati i soggetti d’imposta nel loro insieme e senza, quindi, pregiudicare la neutralità fiscale.

I giudici europei, in tale pronuncia, hanno confermato la piena adattabilità dell’istituto nazionale dell’esdebitazione al diritto unionale. Per la Corte Ue, in particolare, il quadro sovranazionale non osta alla declaratoria di inesigibilità dei debiti IVA correlata all’applicazione della normativa interna sull’esdebitazione del fallito persona fisica, essendo la concessione del beneficio ex art. 142 legge fallimentare sottoposta a condizioni rigorose. La sentenza che, nel solco del precedente intervento del 7 aprile 2016 – causa C-5461/14 – aveva peraltro rimarcato come la libertà degli Stati membri nell’utilizzare i mezzi a disposizione al fine di garantire il prelievo IVA nei rispettivi territori sia limitata dall’obbligo di assicurare l’effettiva riscossione delle risorse proprie dell’Unione.

Tanto premesso e venendo al caso oggi in esame, riassumiamo che l’Agenzia, con l’invio di una cartella di pagamento chiedeva al contribuente il versamento di somme a titolo di IVA e IRAP nonostante i giudici di merito avessero affermato che tali somme non erano dovute posto che il contribuente aveva ottenuto dal Tribunale un decreto di esdebitazione in data 14 aprile 2008. Malgrado ciò l’Agenzia, anche in presenza del decreto di esdebitazione, aveva ritenuto comunque di procedere per richiedere i versamenti dei tributi, perorandone l’esclusione dall’alveo del beneficio; per questo motivo l’Amministrazione finanziaria aveva promosso ricorso in sede di legittimità, opponendosi alle conclusioni cui erano giunti i giudici di merito, sulla base di quattro motivi di censura, lamentando essenzialmente la violazione ex art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c. e dell’art. 142 L. fall., per avere la CTR ritenuto il beneficio dell’esdebitazione opponibile ai crediti tributari. Le relative doglianze, tuttavia, sono state disattese dalla Suprema Corte, che ha ammesso la compatibilità dell’esdebitazione con il diritto dell’Unione europea anche in materia di debiti IVA dopo aver richiamato, sul punto, quanto sancito dalla Corte di giustizia Ue nell’ambito della causa C-493/15. Il Collegio di legittimità ha rigettato le osservazioni proposte dalla parte pubblica, affermando che “…I motivi sono suscettibili di trattazione unitaria per intima connessione, investendo da convergenti angolazioni il tema generale della compatibilità dell’esdebitazione ex art. 142 L. fall. con il diritto dell’unione in materia di debiti IVA. La compatibilità è stata motivatamente sancita da Corte di Giustizia UE, 16 marzo 2017, causa C-493/15, che ha risposto negativamente al quesito sottopostole da questa Corte, confermando la piena adattabilità dell’istituto nazionale al diritto unionale e, segnatamente, escludendo che l’esdebitazione s’infranga nell’art. 4, par. 3, TUE e negli artt. 2 e 22 della Direttiva 77/388/CEE, cd. “Sesta Direttiva”, in materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati Membri relative alle imposte sulla cifra di affari e di sistema comune di imposta sul valore aggiunto. Nella pronuncia resa il 16 marzo 2017, nella causa C-493/15, la Corte di Giustizia richiama il noto precedente rappresentato dalla sentenza del 7 aprile 2016, Causa C-546/14, Degano Trasporti, in particolare rimarcando che la libertà degli Stati membri nell’utilizzare i mezzi a propria disposizione al fine di garantire il prelievo IVA nei rispettivi territori è limitata dall’obbligo di assicurare l’effettiva riscossione delle risorse proprie dell’Unione. Tuttavia, proprio su questa base il giudice europeo rileva che il quadro sovranazionale non osta alla declaratoria di inesigibilità dei debiti IVA correlata all’applicazione della normativa interna sull’esdebitazione del fallito persona fisica, essendo la concessione del beneficio ex art. 142 L. fall. sottoposta a condizioni rigorose. L’istituto in parola, introdotto dal D.Lgs. n. 5 del 2006, poggia, infatti, su un severo complesso di requisiti soggettivi di meritevolezza, indicati al primo comma della norma, e reclama un presupposto oggettivo, contenuto nel suo secondo comma. Sotto il primo aspetto, il perimetro del beneficio è circoscritto al solo fallito diligente e collaborativo, ossia al soggetto che in grado di vantare, ad ampio spettro, una “buona condotta”. Per potere ottenere l’esdebitazione, infatti, la persona fisica deve aver cooperato con gli organi della procedura (n. 1), non aver fatto ritardare lo svolgimento di essa (n. 2), non avere violato la consegna al curatore della corrispondenza relativa ai rapporti, non avere beneficiato di altra esdebitazione nei dieci anni precedenti la domanda (n. 4), non avere distratto l’attivo, simulato il passivo, aggravato l’insolvenza o fatto ricorso abusivo al credito (n. 5), non avere subito una condanna con sentenza passata in giudicato per bancarotta fraudolenta o delitti contro l’economia pubblica, l’industria e il commercio e altri delitti compiuti in connessione con l’esercizio dell’attività di impresa (n. 6).Sotto secondo aspetto, quello oggettivo, la procedura esdebitatoria esige, non solo che il patrimonio del debitore sia stato liquidato nella sua totalità (tanto che al debitore non rimanga all’attualità alcunché da dare in aggiunta), ma che i creditori concorsuali siano stati soddisfatti almeno in parte. L’istituto, in altri termini, per come è congegnato è tanto intransigente da non contrastare, secondo la Corte di Giustizia, con l’”obbligo degli Stati membri di garantire il prelievo integrale dell’IVA nel loro territorio nonché la riscossione effettiva delle risorse proprie dell’Unione”.Solo col concorso di presupposti rigidi, l’esdebitazione vale, in effetti, ad assicurare il superamento della regola “ordinaria” della responsabilità perpetua del debitore, di cui all’art. 2740 c.c., norma-cardine a tenore della quale il debitore risponde dell’adempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri (salvi appunto i soli casi stabiliti dalla legge). Nella condivisa ricostruzione del giudice unionale, il rigore delle condizioni che contrassegnano la procedura di esdebitazione ex art. 142 L. fall. assume valenza decisiva, atteso che i requisiti e presupposti contemplati dalla norma sono suscettibili di offrire “garanzie per quanto riguarda segnatamente la riscossione dei credi IVA”, senza che, per il tramite dell’istituto, si addivenga ad “una rinuncia generale e indiscriminata alla riscossione” del tributo. Su queste basi, giova evidenziare come l’art. 142 L. fall. ricomprenda nel recinto dell’esdebitazione tutte le obbligazioni derivanti da rapporti inerenti all’esercizio dell’impresa, ab implicito, ma inequivocabilmente, annettendovi anche i debiti tributari e le correlate sanzioni. Nel novero ristretto delle esclusioni dall’efficacia liberatoria del beneficio sono annoverati unicamente gli obblighi di mantenimento e alimentari, i debiti per il risarcimento dei danni da fatto illecito extracontrattuale, le sanzioni penali ed amministrative di carattere pecuniario non accessorie dei debiti estinti (non anche tutte le sanzioni in quanto tali), le obbligazioni derivanti da rapporti estranei all’esercizio d’impresa. Non si fa menzione dei rapporti tributari, i quali d’altronde sono certamente comprimibili, sol che si consideri che nel contesto della concorsualizzazione dei debiti essi si mostrano sia falcidiabili (ex art. 160, comma 2, L. fall.), sia transigibili (ex art. 182-ter L. fall.) (v. nello specifico Cass., Sez. Un., 27 dicembre 2016, n. 26988). Sebbene la sentenza resa nella causa C-493/15 non la richiami in parte qua la pronuncia emessa nella causa C-546/14 evidenziava incisivamente che “l’obbligo della riscossione effettiva non può essere assoluto”, ammettendo, piuttosto, deroghe specifiche e delimitate (punto 35), e che “uno Stato membro può ragionevolmente ritenere legittima la rinuncia al pagamento integrale di un credito IVA, purché siffatte circostanze siano eccezionali, puntuali e limitate e purché lo Stato membro non crei significative differenze nel modo in cui sono trattati i soggetti d’imposta nel loro insieme e, pertanto, non pregiudichi il principio di neutralità fiscale” (punto 36)”. In effetti, benché la Corte di Giustizia non si soffermi sulla relativa ratio – limitandosi ad argomentare sul rigore appagante delle condizioni di accesso al beneficio ex art. 142 L. fall. – l’esdebitazione risponde proprio alla rilevante esigenza, avvertita in misura crescente in ambito unionale, di consentire al debitore, svincolato dai debiti pregressi (c.d. discharge), di ripartire e riproporsi nella società (c.d. fresh restart), senza dover scontare vita natural durante un’insormontabile limitazione nel reinserimento nel circuito sociale ed economico in ragione di debiti rimasti insoluti. L’esdebitazione del fallito ex art. 142 L. fall. è stata introdotta proprio sulla scia di altre legislazioni europee e dell’impulso unionale che proprio sull’esdebitazione insiste nel crinale fra la Raccomandazione della Commissione 2014/135/UE del 12 marzo 2014 alla Direttiva Europea 2019/1023. Il ricorso va in ultima analisi rigettato alla luce del principio di diritto che così si declina: “In tema di fallimento, l’esdebitazione del fallito di cui agli artt. 142 e 143 L. fall. è applicabile anche ai debiti IVA, non contrastando con l’art. 4, par. 3, TUE e con gli artt. 2 e 22 della Direttiva 77/388/CEE del Consiglio, del 17 maggio 1977 (cd. “Sesta Direttiva”), in materia di sistema comune di imposta sul valore aggiunto”.

Corte di Cassazione – Sentenza 6 giugno 2022, n. 18124

sul ricorso iscritto al numero 12955 del ruolo generale dell’anno 2013, proposto da:

Agenzia delle Entrate, in persona del Direttore p.t., rappresentata e difesa ex lege dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso i cui uffici in Roma, via dei Portoghesi, n. 12, è domiciliata

-ricorrente-

contro

I. M., in qualità di socio accomandatario della fallita P.V.A. s.a.s. di I. M. e C., elettivamente domiciliato in Roma, corso Vittorio Emanuele II, n. 18, presso lo studio dell’Avv.. M. Grez, rappresentato e difeso dagli Avv. Enrico Collidà e Giovanni Francesco Collidà

-controricorrente-

per la cassazione della sentenza della Commissione tributaria regionale del Piemonte, n. 19/06/2012 del 26/03/2012.

letta la requisitoria del sost. Proc. Gen.;

sentita la relazione svolta dal consigliere Salvatore Leuzzi nella  camera di consiglio del 10 febbraio 2022.

Fatti di causa

L’Agenzia delle Entrate ricorre per cassazione, sulla base di quattro motivi di censura, avverso la sentenza della CTR del Piemonte, che ne ha rigettato l’appello, confermando l’illegittimità di cartella di pagamento con cui è stato chiesto a M. I. il versamento di somme a titolo di IVA e IRAP per l’anno di imposta 2003.

I giudici di merito hanno affermato che tali somme non sono dovute posto che M. I., socio accomandatario della fallita PVA s.a.s. (e fallito in proprio) ha ottenuto dal Tribunale di Mondovì un decreto di esdebitazione in data 14 aprile 2008.

La predetta persona fisica, in effetti, aveva ottenuto un decreto di esdebitazione in forza del quale era stato liberato dal complesso dei debiti residui (tra cui anche alcuni di natura fiscale) nei riguardi dei creditori concorsuali rimasti insoddisfatti dalla liquidazione fallimentare.

Nondimeno, l’Agenzia delle Entrate, in seguito al decreto di esdebitazione, ha ritenuto di procedere, per il tramite di Equitalia, a richiedere i versamenti dei tributi, perorandone l’esclusione dall’alveo del beneficio. Nel presente giudizio di legittimità M. I. si è costituito con controricorso.

Con ordinanza n. 13542 del 2015, questa Corte ha chiesto alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea di pronunciarsi sul seguente quesito pregiudiziale: “L’articolo 4, paragrafo 3, TUE e gli articoli 2 e 22 della sesta direttiva 77/388, in materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati membri relative alle imposte sulla cifra di affari, devono essere interpretati nel senso che essi ostano all’applicazione, in materia di imposta sul valore aggiunto, di una disposizione  nazionale che prevede l’estinzione dei debiti nascenti dall’IVA in favore dei soggetti ammessi alla procedura di esdebitazione disciplinata dagli artt.142 e 143 del R.D. n.267/1942”.

La causa pregiudiziale C-493/15 è stata definita dal giudice unionale con sentenza del 16 marzo 2017.

Ragioni della decisione

Con il primo motivo di ricorso si contesta la violazione ex art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c. dell’art. 142 L. fall., per avere la CTR ritenuto opponibile ai crediti tributari l’esdebitazione.

Con il secondo motivo di ricorso si denuncia la violazione ex art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c., dell’art. 142, commi 1 e 3, L. fall., anche alla luce dell’art. 3 Cost., per avere la CTR trascurato la non ammissibilità costituzionale dell’opponibilità dell’esdebitazione anche ai debiti tributari.

Con Il terzo motivo di ricorso si censura la violazione e/o falsa applicazione ex art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c. dell’art. 142, comma 3, L. fall., per avere la CTR annullato la cartella di pagamento anche in relazione alle somme dovute a titolo di sanzioni.

Con il quarto motivo di ricorso si censura la violazione e/o falsa applicazione ex art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c., dell’art. 142, comma 3, L. fall. per avere la CTR annullato tout court la cartella esattoriale impugnata, anziché provveduto a “simulare” il piano di riparto che si sarebbe potuto redigere se l’amministrazione finanziaria si fosse insinuata al fallimento, determinando di conseguenza “l’eccedenza eventualmente colpita dall’effetto esdebitatorio”.

I motivi sono suscettibili di trattazione unitaria per intima connessione, investendo da convergenti angolazioni il tema generale della compatibilità dell’esdebitazione ex art. 142 L. fall. con il diritto dell’unione in materia di debiti IVA. La compatibilità è stata motivatamente sancita da Corte di Giust. UE, 16 marzo 2017, causa C-493/15, che ha risposto negativamente al quesito sottopostole da questa Corte, confermando la piena adattabilità dell’istituto nazionale al diritto unionale e, segnatamente, escludendo che l’esdebitazione s’infranga nell’art. 4, par. 3, TUE e negli artt. 2 e 22 della Direttiva 77/388/CEE, cd. “Sesta Direttiva”, in materia di armonizzazione delle legislazioni degli Stati Membri relative alle imposte sulla cifra di affari e di sistema comune di imposta sul valore aggiunto.

Nella pronuncia resa il 16 marzo 2017, nella causa C-493/15, la Corte di Giustizia richiama il noto precedente rappresentato dalla sentenza del 7 aprile 2016, Causa C-546/14, Degano Trasporti, in particolare rimarcando che la libertà degli Stati membri nell’utilizzare i mezzi a propria disposizione al fine di garantire il prelievo IVA nei rispettivi territori è limitata dall’obbligo di assicurare l’effettiva riscossione delle risorse proprie dell’Unione. Tuttavia, proprio su questa base il giudice europeo rileva che il quadro sovranazionale non osta alla declaratoria di inesigibilità dei debiti IVA correlata all’applicazione della normativa interna sull’esdebitazione del fallito persona fisica, essendo la concessione del beneficio ex art. 142 L. fall. sottoposta a condizioni rigorose. L’istituto in parola, introdotto dal D.Lgs. n. 5 del 2006, poggia, infatti, su un severo complesso di requisiti soggettivi di meritevolezza, indicati al primo comma della norma, e reclama un presupposto oggettivo, contenuto nel suo secondo comma.

Sotto il primo aspetto, il perimetro del beneficio è circoscritto al solo fallito diligente e collaborativo, ossia al soggetto che in grado di vantare, ad ampio spettro, una “buona condotta”. Per potere ottenere l’esdebitazione, infatti, la persona fisica deve aver cooperato con gli organi della procedura (n. 1), non aver fatto ritardare lo svolgimento di essa (n. 2), non avere violato la consegna al curatore della corrispondenza relativa ai rapporti, non avere beneficiato di altra esdebitazione nei dieci anni precedenti la domanda (n. 4), non avere distratto l’attivo, simulato il passivo, aggravato l’insolvenza o fatto ricorso abusivo al credito (n. 5), non avere subito una condanna con sentenza passata in giudicato per bancarotta fraudolenta o delitti contro l’economia pubblica, l’industria e il commercio e altri delitti compiuti in connessione con l’esercizio dell’attività di impresa (n. 6).

Sotto secondo aspetto, quello oggettivo, la procedura esdebitatoria esige, non solo che il patrimonio del debitore sia stato liquidato nella sua totalità (tanto che al debitore non rimanga all’attualità alcunché da dare in aggiunta), ma che i creditori concorsuali siano stati soddisfatti almeno in parte.

L’istituto, in altri termini, per come è congegnato è tanto intransigente da non contrastare, secondo la Corte di Giustizia, con l’”obbligo degli Stati membri di garantire il prelievo integrale dell’IVA nel loro territorio nonché la riscossione effettiva delle risorse proprie dell’Unione”.

Solo col concorso di presupposti rigidi, l’esdebitazione vale, in effetti, ad assicurare il superamento della regola “ordinaria” della responsabilità perpetua del debitore, di cui all’art. 2740 c.c., norma-cardine a tenore della quale il debitore risponde dell’adempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri (salvi appunto i soli casi stabiliti dalla legge). Nella condivisa ricostruzione del giudice unionale, il rigore delle condizioni che contrassegnano la procedura di esdebitazione ex art. 142 L. fall. assume valenza decisiva, atteso che i requisiti e presupposti contemplati dalla norma sono suscettibili di offrire “garanzie per quanto riguarda segnatamente la riscossione dei credi IVA”, senza che, per il tramite dell’istituto, si addivenga ad “una rinuncia generale e indiscriminata alla riscossione” del tributo.

Su queste basi, giova evidenziare come l’art. 142 L. fall. ricomprenda nel recinto dell’esdebitazione tutte le obbligazioni derivanti da rapporti inerenti all’esercizio dell’impresa, ab implicito, ma inequivocabilmente, annettendovi anche i debiti tributari e le correlate sanzioni.

Nel novero ristretto delle esclusioni dall’efficacia liberatoria del beneficio sono annoverati unicamente gli obblighi di mantenimento e alimentari, i debiti per il risarcimento dei danni da fatto illecito extracontrattuale, le sanzioni penali ed amministrative di carattere pecuniario non accessorie dei debiti estinti (non anche tutte le sanzioni in quanto tali), le obbligazioni derivanti da rapporti estranei all’esercizio d’impresa.

Non si fa menzione dei rapporti tributari, i quali d’altronde sono certamente comprimibili, sol che si consideri che nel contesto della concorsualizzazione dei debiti essi si mostrano sia falcidiabili (ex art. 160, comma 2, L. fall.), sia transigibili (ex art. 182-ter L. fall.) (v. nello specifico Cass., Sez. Un., 27 dicembre 2016, n. 26988).Sebbene la sentenza resa nella causa C-493/15 non la richiami in parte qua la pronuncia emessa nella causa C-546/14 evidenziava incisivamente che “l’obbligo della riscossione effettiva non può essere assoluto”, ammettendo, piuttosto, deroghe specifiche e delimitate (punto 35), e che “uno Stato membro può ragionevolmente ritenere legittima la rinuncia al pagamento integrale di un credito IVA, purché siffatte circostanze siano eccezionali, puntuali e limitate e purché lo Stato membro non crei significative differenze nel modo in cui sono trattati i soggetti d’imposta nel loro insieme e, pertanto, non pregiudichi il principio di neutralità fiscale” (punto 36)”.

In effetti, benché la Corte di Giustizia non si soffermi sulla relativa ratio – limitandosi ad argomentare sul rigore appagante delle condizioni di accesso al beneficio ex art. 142 L. fall. – l’esdebitazione risponde proprio alla rilevante esigenza, avvertita in misura crescente in ambito unionale, di consentire al debitore, svincolato dai debiti pregressi (c.d. discharge), di ripartire e riproporsi nella società (c.d. fresh restart), senza dover scontare vita natural durante un’insormontabile limitazione nel reinserimento nel circuito sociale ed economico in ragione di debiti rimasti insoluti. L’esdebitazione del fallito ex art. 142 L. fall. è stata introdotta proprio sulla scia di altre legislazioni europee e dell’impulso unionale che proprio sull’esdebitazione insiste nel crinale fra la Raccomandazione della Commissione 2014/135/UE del 12 marzo 2014 alla Direttiva Europea 2019/1023.

Il ricorso va in ultima analisi rigettato alla luce del principio di diritto che così si declina: “In tema di fallimento, l’esdebitazione del fallito di cui agli artt. 142 e 143 L. fall. è applicabile anche ai debiti IVA, non contrastando con l’art. 4, par. 3, TUE e con gli artt. 2 e 22 della Direttiva 77/388/CEE del Consiglio, del 17 maggio 1977 (cd. “Sesta Direttiva”), in materia di sistema comune di imposta sul valore aggiunto”.

Il corso e l’esito del giudizio postulano la compensazione delle relative spese.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Compensa le spese del giudizio.

Così deciso in Roma, il 10 febbraio 2022.

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