CASSAZIONE IVA

Il credito IVA in dichiarazione rappresenta una violazione sanzionabile anche se il rimborso non viene chiesto

Reati Tributari – Obbligo di dichiarazione annuale IVA – Credito non spettante – Art. 5, 4 c. del decreto legislativo n. 471/1997 – Violazione sostanziale – Sanzioni

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 20463 del 30 luglio 2019, occupandosi dell’obbligo annuale della dichiarazione IVA ha rammentato che per non incorrere in sanzioni, la dichiarazione fiscale deve essere sempre corretta e veritiera. In caso contrario scatta la sanzione di cui all’art. 5, comma 4, D.Lgs. n. 471/1997, qualora nella dichiarazione venga indicato un credito IVA non dovuto, anche se poi lo stesso non viene mai chiesto a rimborso né utilizzato in compensazione. Una tale condotta è di ostacolo all’attività di verifica. Per i giudici, in definitiva, l’esposizione del credito IVA non spettante integra una violazione sostanziale e non meramente formale, pregiudicando le attività di controllo fiscale, per cui la sanzione sopra citata è applicabile.

I Supremi Giudici hanno ricordato che in tema di violazioni dell’obbligo di dichiarazione annuale IVA, sebbene il secondo comma dell’art. 43 del DPR n. 633/1972 sia stato abrogato (dall’art. 16 del D.Lgs. n. 471/1997), il suo contenuto è stato sostanzialmente trasferito nell’art. 5 comma 4, D.Lgs. n. 471 il quale, come già chiarito in altra occasione dagli stessi giudici di legittimità, trova applicazione tutte le volte in cui dalla dichiarazione presentata risulti un’imposta inferiore di oltre un decimo a quella dovuta, o una eccedenza detraibile o rimborsabile superiore di oltre un decimo a quella spettante, senza che occorra che in concreto la dichiarazione inesatta abbia determinato un’evasione dell’imposta o il conseguimento di un rimborso indebito, e indipendentemente dall’intenzione di frodare il Fisco 

Ricordiamo, infatti, come recita il 4° comma dell’art. 5, D.Lgs. n. 471/1197, che “nel caso di omessa presentazione della dichiarazione annuale dell’imposta sul valore aggiunto si applica la sanzione amministrativa dal centoventi al duecentoquaranta per cento dell’ammontare del tributo dovuto per il periodo d’imposta o per le operazioni che avrebbero dovuto formare oggetto di dichiarazione. Per determinare l’imposta dovuta sono computati in detrazione tutti i versamenti effettuati relativi al periodo, il credito dell’anno precedente del quale non e’ stato chiesto il rimborso, nonché le imposte detraibili risultanti dalle liquidazioni regolarmente eseguite. Nel caso di omessa o tardiva presentazione della dichiarazione cui sono tenuti i soggetti che applicano i regimi speciali di cui agli articoli 74-quinquies e 74-septies del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, la sanzione e’ commisurata all’ammontare dell’imposta dovuta nel territorio dello Stato che avrebbe dovuto formare oggetto di dichiarazione. La sanzione non può essere comunque inferiore a euro 250”. Da segnalare una non recente sentenza, la n.13502 del 27/7/2012, nella quale gli Ermellini avevano già espresso l’orientamento della Corte in materia, dove la disposizione sopraccennata, in sostanza, colpisce e sanziona la mera indicazione infedele resa nella dichiarazione, indipendentemente dal concreto utilizzo del credito in una delle forme consentite dall’ordinamento.

Risulta tutelato, infatti, non l’interesse dell’Erario alla corretta percezione delle imposte doverosamente da corrispondersi, ma il diverso e autonomo interesse dell’Erario alla presentazione da parte del contribuente di dichiarazioni correttamente redatte e di contenuto fedele al vero, pena pregiudizio alla sua attività di controllo. Inoltre, l’esposizione del credito IVA non spettante integra dunque una violazione sostanziale e non meramente formale, come tale non ricompresa nel novero di quelle di cui è esclusa la punibilità ai sensi il del D.Lgs. n. 472/1996, art. 6, comma 5 bis, (introdotto dal D.Lgs. n. 32 del 2001), che ha per l’appunto chiarito che “non sono punibili le violazioni che non arrecano pregiudizio all’attività di controllo e non incidono sulla determinazione della base imponibile, dell’imposta e sul versamento del tributo”.
In altri termini, la disposizione in esame colpisce e sanziona la mera indicazione infedele resa nella dichiarazione, indipendentemente dal concreto utilizzo del credito in una delle forme consentite dall’ordinamento.

Tornando al caso trattato, evidenziamo che il contribuente che aveva indicato in dichiarazione un credito IVA di cui non aveva diritto a ottenere il rimborso, aveva incassato il consenso nel giudizio seguito davanti ai giudici tributari regionali, che rilevavano in buona sostanza che lo stesso, pur indicando il credito in dichiarazione, non lo aveva mai chiesto a rimborso né utilizzato in compensazione, quindi la CTR aveva escluso che ricorressero i presupposti per l’applicazione delle sanzioni.

L’Avvocatura erariale proponeva ricorso in Cassazione evidenziando il vigente orientamento giurisprudenziale indicando proprio che l’articolo 5 sopra richiamato non richiedeva, ai fini dell’applicazione della sanzione, l’utilizzo effettivo del credito erroneamente indicato in dichiarazione. La tesi erariale è stata accolta dalla Suprema Corte, che con l’ordinanza in commento, in riferimento alla norma che prevede la sanzione in esame, ha dichiarato che “questa Corte ha già affermato che, in tema di violazioni dell’obbligo di dichiarazione annuale I.V.A., il secondo comma dell’art. 43 del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 (ora abrogato dall’art. 16 del d.lgs. 18 dicembre 1997, n. 471), il cui contenuto è stato sostanzialmente trasfuso nell’art. 5 comma 4 d. Igs. n. 471 del 1997, deve trovare applicazione tutte le volte in cui dalla dichiarazione presentata risulti un’imposta inferiore di oltre un decimo a quella dovuta, ovvero una eccedenza detraibile o rimborsabile superiore di oltre un decimo a quella spettante, senza che occorra che in concreto la dichiarazione inesatta abbia determinato un’evasione dell’imposta ovvero il conseguimento di un rimborso indebito, ed indipendentemente dall’intenzione di frodare il fisco(Cass. Sez. 5, Sentenza n. 13502 del 27/07/2012);

 – la disposizione in parola, in sostanza, colpisce e sanziona la mera indicazione infedele resa nella dichiarazione, indipendentemente dal concreto utilizzo del credito in una delle forme consentite dall’ordinamento; risulta tutelato infatti non l’interesse dell’Erario alla corretta percezione delle imposte doverosamente da corrispondersi, ma il diverso e autonomo interesse dell’Erario alla presentazione da parte del contribuente di dichiarazioni correttamente redatte e di contenuto fedele al vero, pena pregiudizio alla sua attività di controllo; – l’esposizione del credito Iva non spettante integra dunque una violazione sostanziale e non meramente formale, come tale non ricompresa nel novero di quelle di cui è esclusa la punibilità ai sensi il dell’art. 6, comma 5 bis, del d.lgs. n, 472/96 (introdotto dal d.lgs. n. 32/01), che ha, per l’appunto, chiarito che “non sono punibili le violazioni che non arrecano pregiudizio all’attività di controllo e non incidono sulla determinazione della base imponibile, dell’imposta e sul versamento del tributo”; – ciò premesso, va pure escluso che, secondo quanto dedotto da G.L.V. nel controricorso, sia ravvisabile nella specie un’ipotesi di obiettiva incertezza sull’ambito e sull’applicazione della norma, tale da comportare la disapplicazione della sanzione; – se infatti l’art. 5 comma 4 del d. Igs. n. 471 del 1997 é diretto alla repressione di dichiarazioni infedeli, indipendentemente dal dolo o dalla colpa (Cass. n. 7087/1997), ne deriva come logica conseguenza che la sanzione potrebbe essere disapplicata solo nel caso (che qui non ricorre) in cui l’incertezza sia stata in concreto avvalorata dal comportamento della stessa Amministrazione”.

Corte di Cassazione – Ordinanza 30 luglio 2019, n. 20463

Sul ricorso iscritto al n. 396/2013 R.G. proposto da

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, con domicilio eletto in Roma, via Dei Portoghesi, n. 12, presso l’Avvocatura Generale dello Stato;

         – Ricorrente –

Contro G.L.V. & c. s.a.s. in persona del suo legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa giusta procura in atti dall’avv. prof. Alessandro Giovannini anche disgiuntamente con l’avv. Stefano di Meo con domicilio eletto presso quest’ultimo in Roma, via G. Pisanelli n. 2

  • Controricorrente –

avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Toscana n.112/17/11 depositata il 07/11/2011

Udita la relazione della causa svolta nell’adunanza camerale del 18/2/2019 dal consigliere Roberto Succio;

 Rilevato che:

– la Commissione Tributaria Regionale della Toscana, sezione staccata di Firenze, ha rigettato l’appello dell’Agenzia delle Entrate contro la sentenza di primo grado che, accogliendo il ricorso di G.L.V. & C. s.n.c., società di mero godimento, aveva annullato gli avvisi di contestazione delle sanzioni a questa irrogate, ai sensi dell’art. 5, comma 4, d. Igs. n. 471/97, per aver esposto, nelle dichiarazioni dal 2000 al 2005, un credito IVA di cui non aveva diritto ad ottenere il rimborso;

– la CTR ha escluso che ricorressero i presupposti per l’applicazione delle sanzioni rilevando che la s.n.c., pur indicando il credito in dichiarazione, non lo aveva mai chiesto a rimborso né utilizzato in compensazione;

 – avverso la sentenza, depositata il 7.11.011, l’Amministrazione Finanziaria propone ricorso per cassazione affidato a un unico motivo, illustrato da memoria;la società contribuente resiste con controricorso; Considerato che:

– con l’unico motivo di ricorso si censura la sentenza impugnata per violazione e falsa applicazione dell’art. 5 d. Igs. n. 471 del 1997 e degli artt. 4 e 19 del d.P.R. n. 633 del 1972 in relazione all’art. 360 c. 1 n. 3 c.p.c., per avere la CTR erroneamente escluso che l’ esposizione in dichiarazione del credito non costituisse condizione di per se stessa sufficiente all’irrogazione della sanzione;

– il motivo è fondato;

– questa Corte ha già affermato che, in tema di violazioni dell’obbligo di dichiarazione annuale I.V.A., il secondo comma dell’art. 43 del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 (ora abrogato dall’art. 16 del d.lgs. 18 dicembre 1997, n. 471), il cui contenuto è stato sostanzialmente trasfuso nell’art. 5 comma 4 d. Igs. n. 471 del 1997, deve trovare applicazione tutte le volte in cui dalla dichiarazione presentata risulti un’imposta inferiore di oltre un decimo a quella dovuta, ovvero una eccedenza detraibile o rimborsabile superiore di oltre un decimo a quella spettante, senza che occorra che in concreto la dichiarazione inesatta abbia determinato un’evasione dell’imposta ovvero il conseguimento di un rimborso indebito, ed indipendentemente dall’intenzione di frodare il fisco (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 13502 del 27/07/2012);

 – la disposizione in parola, in sostanza, colpisce e sanziona la mera indicazione infedele resa nella dichiarazione, indipendentemente dal concreto utilizzo del credito in una delle forme consentite dall’ordinamento; risulta tutelato infatti non l’interesse dell’Erario alla corretta percezione delle imposte doverosamente da corrispondersi, ma il diverso e autonomo interesse dell’Erario alla presentazione da parte del contribuente di dichiarazioni correttamente redatte e di contenuto fedele al vero, pena pregiudizio alla sua attività di controllo; – l’esposizione del credito Iva non spettante integra dunque una violazione sostanziale e non meramente formale, come tale non ricompresa nel novero di quelle di cui è esclusa la punibilità ai sensi il dell’art. 6, comma 5 bis, del d.lgs. n, 472/96 (introdotto dal d.lgs. n. 32/01), che ha, per l’appunto, chiarito che “non sono punibili le violazioni che non arrecano pregiudizio all’attività di controllo e non incidono sulla determinazione della base imponibile, dell’imposta e sul versamento del tributo”; – ciò premesso, va pure escluso che, secondo quanto dedotto da G.L.V. nel controricorso, sia ravvisabile nella specie un’ipotesi di obiettiva incertezza sull’ambito e sull’applicazione della norma, tale da comportare la disapplicazione della sanzione; – se infatti l’art. 5 comma 4 del d. Igs. n. 471 del 1997 é diretto alla repressione di dichiarazioni infedeli, indipendentemente dal dolo o dalla colpa (Cass. n. 7087/1997), ne deriva come logica conseguenza che la sanzione potrebbe essere disapplicata solo nel caso (che qui non ricorre) in cui l’incertezza sia stata in concreto avvalorata dal comportamento della stessa Amministrazione;

– la sentenza va pertanto cassata, con rinvio della causa alla Commissione tributaria regionale della Toscana, sezione staccata di Firenze, in diversa composizione, la quale valuterà la proporzionalità della sanzione e liquiderà anche le spese di questo giudizio di legittimità. 

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Commissione Tributaria Regionale della Toscana in diversa composizione, anche per le spese. Così deciso in Roma, il 19 febbraio 2019.

Desidero ricevere in abbonamento gratuito il vostro periodico FiscotoDay