CASSAZIONE

Equitalia persevera nella lite temeraria? Rischia condanna e risarcimento danni

La Corte di Cassazione, con l’Ordinanza n. 25852 del 22 dicembre 2015, ha ribadito un principio molto importante per i contribuenti: L’agente della riscossione che insiste nel voler riscuotere forzatamente un credito,

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nonostante non ce ne siano i titoli o i presupposti, non può nascondersi dietro al fatto di agire per conto dell’Ente impositore e che è obbligata in ogni caso ad agire comunque.

L’agente alla riscossione agisce in giudizio in proprio, sia pure in virtù del sottostante mandato che la lega con l’ente titolare del credito; pertanto spetta ad Equitalia, e non al mandante, la scelta se rinunciare o meno all’azione: ne consegue che, al pari di ogni altro soggetto dotato di legittimazione processuale, anche l’agente della riscossione deve essere condannato al risarcimento del danno, oltre che alle spese processuali, nei confronti della parte vincitrice del giudizio per aver agito con colpa grave.

Pertanto, nel caso in cui la stessa, come nel caso di specie, insista, ingiustificatamente nel portare avanti l’esecuzione visto che anche in base dei documenti già in suo possesso è palesemente manifesta l’infondatezza, deve pagare, oltre alle spese processuali, anche il risarcimento al contribuente. Nello specifico il Tribunale aveva respinto l’opposizione proposta da Equitalia-sud per ottenere l’ammissione allo stato passivo del fallimento di una S.r.l. di crediti erariali insinuati con due distinte domande tardive.

Secondo il Tribunale, Equitalia aveva già chiesto ed ottenuto l’ammissione dei crediti dedotti in giudizio, oggetto di un’altra domanda di insinuazione tardiva per ottenere il soddisfacimento del proprio credito nell’ambito del fallimento, di cui le precedenti costituivano una “mera ed inammissibile duplicazione”. Inoltre, secondo il Tribunale, Equitalia versava in una “colpa grave” persino in corso di causa: pertanto, l’Ente della riscossione era stato condannato al pagamento delle spese di lite e della somma di 4mila euro. Il ricorso era stato nuovamente impugnato da Equitalia, questa volta davanti alla Cassazione.

I Supremi Giudici hanno dimostrato una certa intransigenza sull’argomento, obbligando Equitalia a pagare i 4mila euro liquidati in precedenza dal Giudice del merito, sentenziando che: “… Quanto alla questione di diritto, va ribadito che l‘agente alla riscossione agisce in giudizio in proprio, sia pure in virtù del sottostante rapporto di mandato intercorrente con l’ente impositore, cosicché spetta ad esso, e non al mandante, la scelta se rinunciare o meno all’azione: ne consegue che, al pari di ogni altro soggetto dotato di legittimazione, anche l’agente soggiace alla sanzione processuale derivante dall’aver agito con colpa grave, per avere (come nel caso di specie) non solo riproposto una domanda avente ad oggetto un credito già in precedenza accertato, ma insistito per ottenerne l‘accoglimento persino dopo aver usufruito, a sua richiesta, di un apposito termine per verificare i documenti di cui è in possesso od assumere le necessarie informazioni presso il mandante.

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Non può dubitarsi, d’altro canto, dell’estraneità del contribuente al rapporto di mandato fra l’amministrazione finanziaria e l’agente, con la conseguenza che quest’ultimo non può ritenersi esonerato dalla responsabilità aggravata di cui all’art. 96 c.p.c. (della quale risponde verso la controparte processuale) in ragione della responsabilità assunta nei confronti dell’ente impositore: al di là del rilievo che, per sottrarsi alla responsabilità derivante dal rapporto di mandato, il mandatario può chiedere di essere autorizzato a chiamare in giudizio l’amministrazione mandante, spetta infatti esclusivamente all’agente di decidere se, a fronte dell’ipotetico rischio di essere chiamato a rispondere del mancato riconoscimento del credito da parte dell’ente impositore, sia per lui più conveniente iniziare o proseguire un’azione che, per la sua palese pretestuosità, potrebbe comportare [‘irrogazione di una sanzione ai sensi dell’art. 96 cit.
Ciò senza contare che, come correttamente rilevato dal Fallimento controricorrente, dovrebbe, piuttosto, essere il mandatario a rivalersi verso l’amministrazione delle spese processuali incontrate per aver dovuto promuovere, per l’errore di questa, un’azione di indebita riscossione”.

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